WEN – VITTORIA – La conquista – Antonietta Toso

L’aveva adocchiata in un angolo dell’area lettura della scuola. I ragazzini, per sedersi, la spostavano di continuo, adesso giaceva per terra ma Teresa non osava toccarla. La guardava con soggezione, poi con riverenza. Si avvicinò titubante. Si sedette. Imbracciò la fisarmonica. Diede inizio ai primi suoni.

Dopo qualche nota, la mano destra sulla tastiera d’avorio, la sinistra sulla bottoniera, apriva e chiudeva il mantice seguendo, a orecchio, il ritmo delle canzoni più in voga. Era stupita. Le dita trovavano le note come se avesse suonato da anni.

Teresa si appassionò a quel suono allegro, particolare. La fisarmonica divenne lo strumento cui dedicarsi con impegno.  

Un giorno di fine maggio, mentre camminava nel giardino della scuola, fu distratta dai fruscii degli uccelli tra i rami. Alzò lo sguardo. Nuvole bianche, sottili, cotonavano il cielo, assorbivano i rumori. Ad un tratto una leggera brezza diede al cielo nuovi colori e al silenzio, nenie limpide e schiette. Fra quei suoni, a Teresa, sembrava di trovarsi in classe alla lezione di canto. Rapita, estrinsecò, mentalmente, nel doppio pentagramma, dei simboli musicali. Si abbandonò, quindi, al fluire delle note finché il crepuscolo, l’incipiente luna, iniziarono a metterle in subbuglio: gli uccelli ritornavano al nido, le nuvole si adombravano e la brezza era diventata vento.

Quel tesoretto di note, a Teresa, non smetteva di trillarle nella testa.

            A casa, le annotò sul primo foglio che le capitò fra le mani quindi le lesse e rilesse e, a letto, con quei prospetti sotto al cuscino, si chiedeva se avrebbero davvero diffuso la musica del creato che aveva colto. La ragazzina fremeva.

Se già fosse giorno sarei a tu per tu con la fisarmonica e col mio doppio pentagramma si diceva

 Attese il tardo pomeriggio per avere la stanza della lettura solo per lei. La fisarmonica stretta al petto, iniziò a eseguire le sue note. Le dita scorrevano veloci fra tastiera e registri. Era una melodia mite. Leggera come la seta, forte come il capitombolo della cascata d’acqua che riprende a fluire nel fiume. Quella melodia amplificava le emozioni che l’avevano sorpresa nel silenzio dei suoni di quel giorno di fine maggio.

Continuando a suonare, Teresa si affacciò alla finestra aperta. Chiuse gli occhi e al pari di una visione, la sua musica si allungava su di lei così come la sera. 

Non esisterà mai più un canto come questo. Si sentì orgogliosa. Vincente.

Nel togliersi la fisarmonica di dosso, si accorse che la direttrice della scuola era nella stanza, la guardava sorpresa e adesso applaudiva.

«Ho sentito una musica particolare provenire da lontano e l’ho seguita. Sono rimasta incantata. Vedo che le note sono state scritte a mano, è una tua composizione?»

«Volevo riprendere il canto del creato. Le nuvole, il vento, il volo degli uccelli. Il silenzio» disse lei.

«Beh, a me pare che tu ci sia riuscita molto bene.»

Teresa arrossì.

«Ho un’idea – incalzò la direttrice – intratterrai, con la fisarmonica, i ciechi che accompagnati dalle suore, ospiteremo a pranzo il 4 ottobre per commemorare San Francesco di Assisi? Ci saranno cori, recite. Adesso anche tu potrai salire sul palcoscenico.»    

«Davvero?» Teresa era emozionata. Quindi fu pervasa da un senso di turbamento. D’indole riservata, non amava il chiasso, la folla.

C’è tempo. Siamo appena a maggio. Si consolò.

Ad un tratto invece, quel giorno che ricordava il patrono d’Italia, era lì, in una domenica di sole che sembrava essere sorta proprio per fare festa.  

Alunne e alunni di ogni età, insieme alle insegnanti, allestivano, nel giardino, tavoli e sedie, spolveravano e apparecchiavano. Infine improvvisarono il palcoscenico. 

La direttrice si avvicinò a Teresa. Disse: «Piccola, mentre serviamo il pranzo, dovrai suonare la fisarmonica.»

«Ma.»

«Me lo hai promesso.»

A Teresa, adesso, il cuore le batteva in gola. Salì sul palco con le mani fredde, madide di sudore. Imbracciata la fisarmonica, immobile, fissava il pubblico.

Una voce maschile, come avesse intuito il suo disagio, si levò fra la folla. «Suonaci ‘O sole mio.»

Ed ecco che il cuore di Teresa si riscaldò come d’incanto e le dita iniziarono a scivolare sullo strumento. All’improvviso, la gente invece di pranzare, cantava.

Si levò una voce femminile: «Qualcosa di allegro, fanciulla.»

«Funiculi, funicula?»  

Teresa iniziò a strimpellare qualche nota. Gli invitati, ancor prima di lasciarsi prendere dal ritmo, si erano lanciati in una tarantella. Teresa era sopraffatta da tanta gioia. Suonava e rideva, rideva e suonava. Anche le suore ballavano. Imbracciate fra di loro, puntavano volti rossi e ansimanti verso Dio. Spingevano i seni contro il crocefisso, poi di lato. Lanciavano le gambe avanti e di traverso. Rincorrevano i veli sui prati. Esibivano caviglie e sederi senza temere di peccare.

La musica infine terminò. La direttrice salì sul palco e disse: «Signori e signore, a concludere questa meravigliosa giornata, Teresa adesso dedicherà a voi, la sua prima composizione, intitolata?»

La ragazzina alzò il braccio, fece una V con le dita e gridò: «VITTORIA.»

Antonietta Toso

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