
Sono stata uccisa ma il tizio si è scusato. Faccenda curiosa. I pochi secondi di cui dispone chi viene ammazzato, prima che tutto sia finito, nel mio caso sono stati catturati e inghiottito da un suono continuo che ha sovrascritto con la sua insistenza ogni possibile altro sottofondo. Due parole. Ripetute nei toni più svariati: dall’urlo rivolto al cielo al cantilenante mugolio lanciato nella mia direzione. All’inizio con sollecita dolcezza: Mi scusi mi scusi…
Se fossi morta in guerra, nessuno si sarebbe scusato per avermi ucciso. Sarei stata una del mucchio, un nemico dei tanti uccisi con soddisfazione, un trofeo da esibire al cospetto del comandante.
Se mi fossi consumata in un materasso affossato e piscioso, le infermiere del turno di notte avrebbero aspettato che ad accorgersene fossero le colleghe in servizio la mattina dopo, per evitare grane.
Se fossi morta a cent’anni avrei dovuto scusarmi io per essere vissuta tanti a lungo. I miei cari avrebbero tirato un sospiro di sollievo a sapermi definitivamente sistemata. Dopo tutte le torte margherita che avevamo sbiascicato insieme e le migliaia di candeline soffiate!
Il tizio, invece, si è scusato spazzando via ogni possibile complicazione. Né misteri né ombre sulla mia morte. Nessuna fatica per nessuno.
Ha messo fuori le gambe dal SUV, con rapidità. Snelle e piccole, come lui dentro l’enorme involucro di metallo. Smilzo, di quei cinquantenni rinsecchiti dalle corse mattutine con il cane e dalle sudate a padel. Ha guardato in basso reggendosi allo sportello. I piccoli occhi sbarrati, di un azzurro sbiadito. Mi scusi mi scusi. Con le mani accompagnava ciocche di capelli dietro le orecchie anche se dopo la prima passata erano già tutte là.
Per la sfortunata circostanza ha dovuto cambiare repentinamente il registro, fino a quel momento splendido, della sua giornata. Invece di comprare il pollo in rosticceria, ha ucciso una persona. Si è liberato un posto, all’improvviso, davanti alla Coop e lui vi si è infilato con la prepotenza dei fortunati, anziché rallentare ed entrare nel parcheggio sotterraneo. Ha sterzato bruscamente senza mettere la freccia.
Mi scusi mi scusi un cazzo! C’ero io dietro a lui, con il motorino e i soliti trenta chilometri all’ora. La manovra improvvisa mi ha preso in pieno. Ho frenato ma il motorino è scivolato via rovesciando anche la borsa della spesa dal predellino. Ho intravisto sull’asfalto il mio mazzo di carciofi, le merendine, il detergente intimo e la maionese.
Il tempo a mia disposizione, per quanto scarso, si è riempito di una rabbia talmente forte da potermi ancora tenere in vita. Uccisa dalla tua fretta, dalla tua abitudine di non guardare mai nello specchietto retrovisore chi c’è dietro di te, l’ultimo in fila per il pollo che tu sistematicamente non vedi. Impegnato come sei a pensare alla comoda soluzione che hai trovato per la cena promessa a tua moglie. Uccisa, io, solo per il tuo errato calcolo del tempo che ci vuole a fare le cose. A passare dai viali a quest’ora…
Il tizio ha chiamato i soccorsi e l’assicurazione, credo in quest’ordine. Mi scusi mi scusi. Si è accoccolato in modo che potessi vederlo da vicino. Le sue mani mimavano di scuotermi e toccarmi ma non potendo farlo si aprivano e chiudevano a pugno. Chissà se si chiedeva il senso di ciò che ci stava capitando. Le conseguenze. Mi scusi mi scusi ha iniziato a risuonare come un ordine. Secondo lui dovevo per forza scusarlo, sembrava darlo per scontato. Finora le nostre vite non si erano mai sfiorate ed ignorandoci eravamo stati benissimo.
Sentivo paura e vergogna a stare lì, per terra, immaginavo estranei che mi fissavano e parlavano di me. Nessuno osava sfiorarmi o togliermi il casco dalla testa. Non devo vergognarmi e non sto facendo una figuraccia. Anzi. Sono la vittima. Il mio ultimo pensiero avrebbe legittimamente potuto essere questo.
La nenia del mi scusi mi scusi, però , ripetuta fino a togliermi la speranza di poter sentire parole diverse, alla fine mi ha calmato. Va bene ti scuso.
Il mio ultimo pensiero si è arreso davanti alla semplicità con cui il tizio ha definito i contorni di ciò che era successo con i suoi mi scusi. Un incidente, una fatalità, un errore involontario da rimediare alla svelta, con facilità, dando del “lei” al coprotagonista per tenere a debita distanza un possibile coinvolgimento emotivo. Come da bambini, alla maestra, quando tornavamo con i vestiti zuppi d’acqua dopo essere andati a bere alla fontanella del giardino. Mi scusi mi scusi usato come una formula magica per annullare il misfatto, riavvolgere il nastro fino all’innocenza di prima. Anch’io, del resto, avrei potuto avere qualche responsabilità. Forse avrei dovuto prevedere la sua frenata anziché pensare a come cucinare i carciofi..
La possibilità di annullare ogni azione, pareggiare la partita e rimettere la palla al centro con un semplice mi scusi non mi ha mai sfiorato eppure esiste. La vedo, travestita da cinquantenne con gli occhi sbiaditi. Quasi ne apprezzo i benefici. Il minimo che si può fare dopo aver ucciso qualcuno è chiedergli scusa. Si può vivere una vita intera con facilità facendo il minimo che si può fare, comprando il pollo cucinato da qualcun altro.
Del resto cos’altro avrebbe potuto fare? Restare in silenzio a pregare per me? Raccogliere la spesa? Tenermi la mano? Sicuramente avrebbe potuto aspettare a chiamare l’assicurazione.

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