
liberamente tratto dall’opera di Publio Ovidio Nasone “Metamorphoseon” (II, vv. 367-380)
“Questa, forse, sarà l’ultima volta che ci vedremo, Cigno, abbracciami forte e augurami buona sorte: parto per un lungo viaggio in cerca di mio padre. La mamma mi giura che le mie sorelle e io abbiamo lo stesso sangue del dio Sole, ma voci malevole spargono il seme del dubbio su queste mie origini divine e l’unico modo per metterle a tacere è raggiungere l’estremo Oriente, ove s’innalza la reggia del dio, e, giunto al cospetto di Febo, chiedere e conoscere da lui la verità!”
“Il viaggio è troppo lungo e pericoloso, Fetonte, amico caro; tua madre Clìmene è donna onesta e rispettata e ti dice il vero; perché dare retta alle malignità, di cui la vita è piena? Fóttitene e goditi la vita, che ora è per te una mattina serena di primavera, ma non durerà così per sempre; non sprecare i tuoi giorni migliori in un’avventura dall’esito imprevedibile, non abbandonare la famiglia, i tuoi Etiopi, quest’Africa che tanto ami!”
Tutto ciò ricorda Cigno in questo dì strano, ove da mattina a sera mai s’è visto il sole e le uniche luci sono quelle dei boschi, delle praterie e delle città in fiamme e il cielo, trascorso da gridi di bestie terrorizzate, è solcato da voli di pipistrelli assonnati impazziti per questa notte interminabile e buia, come nel corso di un’eclisse… ma un’eclisse dura lo scorrere di una clessidra minuta…qui il sole nasconde il suo viso da molto moltissimo più tempo!
“È già da sette pleniluni che Fetonte è partito e niente si sa di lui… prima canicola e incendi improvvisi a selve campagne città… ora questo buio freddo incessante innaturale che niente di buono fa presagire… devo organizzarmi e partire in cerca del mio amico… lui farebbe lo stesso per me… i miei Liguri capiranno!”
Cigno raduna le poche cose essenziali al viaggio, tra le quali la sua cetra, affida le direttive del suo regno a uomini onesti e capaci e s’avvia per sentieri montani e ampie pianure: cammina e pensa, ricorda e cammina. “Mai due amici tanto diversi e tanto simili: l’uno dalla pelle ramata e lucente come il bronzo l’altro chiaro come la luna piena in una notte stellata, l’uno che danza vigoroso come un maschio di gru coronata in amore l’altro che canta al suono della sua cetra con dolcezza e maestria impareggiabili, l’uno regna su popoli dell’Est l’altro è sovrano su quelli dell’Ovest, ma pronti entrambi a ritrovarsi lungo le rotte mediterranee e rinnovare la reciproca amicizia, correnti marine che mischiano le loro acque diverse, uccelli migratori che gioiosi si rincontrano, pur provenendo da differenti punti della terra.”
Ed ecco il grande Eridano snodarsi maestoso con le sue rive erbose ed ecco il sacro pioppeto frusciare sussurrando “Fermati, Cigno, fermati, ascolta le dolenti parole!”. Il re dei Liguri si guarda intorno, ma non vede nessuno; sul terreno irregolare per evitar di cadere s’aggrappa a un ramoscello di un pioppo, inavvertitamente lo strappa e con stupore misto a timore vede la pianta gemere dalla ferita gocce di sangue e parole: “Donne eravamo e ora per l’afflizione siamo piante, ambra stillanti e sangue. Di te fu amico Fetonte, di noi fratello; Fetonte che qui in queste acque rovinosamente fatalmente cadde, trasformato da uomo che era in stella cadente infuocata dal fulmine divino e l’Eridano, ove egli s’intuffò, pietoso gli deterse il volto e le membra fumanti.” Cigno piangendo chiede “Perché una morte così tremenda?” e le piante sorelle: “Il padre Febo fu la causa di tanta rovina, lui che non seppe negare al figlio inesperto la guida del carro che ogni giorno trasporta il sole lungo l’ardua erta celeste, da est a ovest; Fetonte tardi capì le difficoltà della corsa e qual maldestro auriga si lasciò alla mercé del carro e dei destrieri piedi di fuoco, fin quando la folgore di Giove non lo raggiunse per evitare ulteriori e più gravi danni all’universo divenuto tutto un rogo. Lo sciagurato padre Sole per il dolore un intero giorno non dette luce al mondo, ma a che giova se Fetonte per sempre al buio rimarrà sotto terra?”
Cigno rivede davanti a sé l’amico e quando era giunto in suo soccorso durante una battuta di caccia e quando in disparte si confidavano le reciproche pene d’amore e quando cantava con lui danzando… e ora Fetonte non c’è più… mai più lo riabbraccerà o fingerà di colpirlo col suo gancio sinistro… mai più! “E la sua tomba? – si chiede costernato il giovane sire – Neppure quella esiste…l’Eridano avrà trascinato il suo corpo ferendolo deformandolo travolgendolo con sé fino in alto mare!”
“No, no – gridano allora le piante sorelle – no, no! Le Naiadi Esperie hanno raccolto i suoi resti e dato loro sepoltura, mettendo sul tumolo un sasso col nome scolpito. Cercalo qui nei pressi e offri un omaggio per Fetonte a nome tuo e nostro e della madre impazzita di dolore.”
Cigno esce dal sacro pioppeto e costeggiando l’Eridano trova la tomba dell’amico, ne legge il nome inciso sulla lapide e l’epitaffio:
“Giace qui Fetonte, auriga del carro del padre;
A reggerlo non riuscì e cadde, ma cadde osando molto.”
Piange e sorride su quel tumolo su quelle parole e presa la cetra intona un canto d’amorosi sensi per l’amico defunto: è questo l’omaggio più sincero e prezioso.
Per giorni e giorni egli vaga cantando tra le sponde del fiume entro il bosco sacro e a pie’ della tomba, poi a un tratto… la voce si affievolisce… s’allunga a dismisura sporgendo dal petto il collo… la pelle scompare sotto un candido piumaggio per tutto il corpo diffuso … s’arrossano in zampe palmate i piedi … un becco d’ocra stondato sta al posto della bocca … bianche ali gli fasciano i fianchi… Cigno diventa il cigno, uccello soave elegante mai visto innanzi.
Memore della sorte del compagno non s’affida all’aria per lunghi voli ove scontrarsi con le saette di Giove, ama gli specchi d’acqua dei fiumi e dei laghi nemici delle fiamme, nel corteggiamento col corpo e con le ali armoniosamente danza come Fetonte e, in punto di morte, ma solo allora, soave canta nella speranza di rivedere l’amico mai scordato.

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