WEN – AMICIZIA – La bolla è scoppiata, anzi no – Maria Dina Tozzi

È un giorno di aprile del settantasette. L’inverno si è rimangiato l’inizio della primavera, ma fuori c’è un grigio che splende.
La Facoltà ormai è occupata da settimane. Francesca si affaccia nell’aula stracolma di maglioni irlandesi e sciarpe rosse. L’odore di lana, intrisa di gioventù e sudore si mescola con quello acre dei discorsi. Le accuse volano come pietre e lei, d’istinto, si stringe nelle spalle per schivarle.

– Usciamo, dai – dice Cristina, compagna di ogni scuola dalla terza elementare e complice di tutte le battaglie. Insieme hanno lottato per le calze di nylon in prima media e per la legge sul divorzio, per la prima vacanza da sole coi ragazzi e per la 194. – Ci sono quelli dei Nuclei proletari. Non faranno parlare nessuno -.
Chiudono piano la porta e si appoggiano al muro. Parole d’ordine sempre più roventi trafiggono le orecchie anche lì.
All’inizio era sembrato un altro Sessantotto: stesso ritmo monotono dei ciclostili, stesso odore caldo di stampa, stessa carta rugosa che sbava inchiostro fresco.
Poi sui volantini è spuntata una stella senza luce, larga sotto e schiacciata sopra. Firmava le esecuzioni dei servi del potere; gambizzati o sparati in testa poco importa.

Francesca sente crescere la nausea. Va in bagno. Vuole sciacquarsi la faccia infiammata dalle minacce. ‘Pagherete tutto, pagherete subito’. Lei che non sa nemmeno nuotare vorrebbe essere con la testa sott’acqua per non sentir martellare il cervello.
Guarda in alto e si accorge che i vetri delle finestre grondano rosso e slogan incendiari. Non ci si può più guardare negli occhi; anche agli specchi hanno incollato i volantini con le stelle. Perfino le sconcezze alle pareti dei cessi sono sparite inghiottite dai proclami. Vietato essere osceni al tempo della lotta dura.

Salgono al primo piano. Lì c’è il loro santuario, la biblioteca dove si imbozzolano nei pomeriggi assorti a preparare esami e scambiarsi inquietudini. Essere amiche è stare lì, a divorare pagine e digerire confidenze.
Libri e riviste sono sparsi ovunque, travolti dall’intransigenza, spazzati via per far posto al mondo che verrà.
Solo quelli di storia medievale stanno ancora lì, seminascosti nell’angolo quieto.

-Li hanno lasciati in pace perché parlano di un passato troppo lontano. Non lo possono più demolire – commenta Francesca.- Pare di essere tornati ai tempi di Galileo. Anzi, a quelli della notte dei cristalli – .
Cristina è agitata. Si strofina gli occhi in continuazione come se volesse svegliarsi da un sogno infame. Incrocia spasmodica i lunghi capelli e poi disfa subito la treccia passandoci le dita a rastrello, con rabbia.Vedere i numeri degli Annales, che fnalmente hanno scritto la storia dalla parte dei vinti, strappati e pesticciati, l’ammutolisce.

-Te lo ricordi quando siamo arrivate al Miche e dopo una settimana c’è stato lo sciopero? Non si sapeva che pesci pigliare, tanto eravamo spaesate. Alla fine siamo rimaste in classe con altri dieci crumiri, senza neanche sapere perchè. Ecco, io mi sento come allora: una povera scema.

-Però quando gli studenti sospesi per lo sciopero, hanno cominciato a girare per le classi come anime in pena ci siamo fatte coraggio – replica Francesca

-Abbiamo bloccato il biondino di terza con gli occhi gentili, quello con l’orlo del loden scucito. Gli spuntavano dalla tasca ‘ Quaderni dal carcere’ di Gramsci, te lo ricordi? Portava al collo un cartello con scritto ‘Immaginazione al potere’. L’abbiamo sfinito di domande, ma al secondo sciopero c’eravamo anche noi, con le mani che tremavano, aggrappate allo striscione ‘Studiare bene, studiare tutti’.-

-Più dei celerini, era il pensiero di quello che ci aspettava a casa, se l’avessero scoperto che andavamo in piazza a urlare ‘ celerini, assassini’- rimbalza Cristina mentre si stropiccia le mani alla gonna da zingara, quella

-Con questi non si parla, Francesca. Loro vogliono rasarla, la tavola, non apparecchiarla per tutti. Dell’immaginazione non gliene frega nulla. È sfiorita, come il prato della mia sottana. Stasera giuro che la brucio nel camino.

-Qui – aggiunge decisa – non c’è più posto per chi è convinto che studiando si riscattano quelli bocciati per sempre dopo la quinta elementare. Come la mia mamma. E la tua.

Escono sulla Piazza Brunelleschi camminando a testa bassa. Non ci credono che tutto sia andato a farsi fottere: rivendicare diritti non serve più, provare ad inventare un mondo diverso è roba da idioti.
Si salutano alla rotonda. Cristina ha detto che non tornerà finché ci sono loro.

-La bolla di sapone degli anni arcobaleno è scoppiata per sempre. Io vado a casa -. E sparisce senza uno sguardo.
Per cinque minuti Francesca resta inchiodata accanto alla Rotonda. Ha il magone: di bolle scoppiate ce ne sono due e la più trasparente era quella della loro amicizia.
All’improvviso sente un rumore di zoccoli scalmanati.

-Scherzavo, scema. Domani alle nove in Marucelliana a studiare. Non gliela possiamo dare vinta.

di Maria Dina Tozzi

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