WEN – ANGOSCIA – Come un ragno – Silvia Taccagni

A Paolo fu subito chiaro che questa volta qualcosa non era andato per il verso giusto.

Mentre da lassù si godeva il panorama, si grattò la punta del naso e spostò il cappello che gli era calato sugli occhi, tutto con la mano destra.

Lui, mancino da tutta la vita, si ritrovò ad usare quella mano perché la sinistra in quel momento era impegnata a fare altro, qualcosa di fondamentale.

Dopo un po’ il sole cambiò angolazione fino a che non si fece accecante e a Paolo non restò altro da fare che chiudere gli occhi.

Nonostante il disagio causato dalla situazione che era estremamente complessa, Paolo intonò fischiettando una canzoncina che aveva sentito in qualche pubblicità, anche se non ricordava quale.

Era una di quelle canzoncine ripetitive ed insistenti che ti entrano in testa la mattina mentre fai colazione e la notte, mentre stai dormendo, dentro il tuo sogno la stai ancora canticchiando.

Improvvisamente si alzò il vento, un vento piuttosto freddo.

Le gambe di Paolo iniziarono ad oscillare e anche per questo  il dito indice della sua mano sinistra scricchiolò leggermente.

Per fare in modo di attenuare l’oscillazione delle gambe Paolo cercò di incanalare tutta la sua energia corporea a livello del bacino, come aveva imparato a lezione di yoga.

E in effetti aveva funzionato, ma lui sapeva bene che questo non sarebbe bastato.

Ad un certo punto guardò in basso per cercare le sue gambe.

Loro non oscillavano più ma erano completamente prive di sensibilità e lui voleva controllare che fossero ancora lì,al loro posto.

E c’erano, anche se lui non le sentiva.

Nel frattempo il sole si preparava a tramontare e di lì a poco sarebbe stato risucchiato dall’orizzonte.

Il freddo aumentava e, nonostante Paolo fosse pesantemente vestito con indumenti adatti alla situazione e al luogo, il suo corpo era come fosse anestetizzato a causa della temperatura che era scesa di molto sotto lo zero.

Poi sopraggiunse anche il sonno, ma Paolo cercò di contrastarlo con tutte le sue forze ed intonò di  nuovo, fischiettando, quella canzoncina della pubblicità.

Sapeva che se avesse chiuso gli occhi, anche solo per un attimo, non li avrebbe più riaperti.

Era piuttosto stanco.

D’improvviso tutte le sue dita cominciarono scricchiolare; di lì a poco sarebbero collassate all’unisono.

Nella quasi totale oscurità i colossi che ora lo circondavano, gli stessi che aveva sempre amato, cominciavano a fargli paura.

Sembravano li pronti ad inghiottirlo.

A quel punto fu assalito da un enorme senso di impotenza e di disperazione e la sua mano sinistra, la sua forza e la sua caparbietà lo abbandonarono per sempre e si ritrovò urlante in caduta libera.

E la montagna che lui tanto adorava, la sua grande passione, come fosse una belva feroce, lo ingurgitò.

di Silvia Taccagni

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