WEN – ANGOSCIA – Un vago senso d’angoscia – Massimo Acciai Baggiani e Renato Campinoti

Oggi ho un vago senso d’angoscia, come se stesse per succedere qualcosa di brutto. Non so spiegarmi questa strana sensazione: tutto procede come al solito, non ho in vista niente di particolare come una visita medica o una magagna a casa, insomma, le cose vanno abbastanza bene, nella norma.

Eppure quest’angoscia, questa paura, mi accompagna dal momento in cui sono uscito di casa per andare in ufficio. Mi ha tenuto compagnia per tutto il tempo passato davanti al computer e non mi ha abbandonato neanche al momento di timbrare il cartellino d’uscita. Vi è mai capitato di avere questa bruttissima sensazione? Come una spada di Damocle giunta ormai prossima al punto di rottura del filo che la tiene sospesa sopra la vostra testa? Come se da un momento all’altro il cielo stesse per crollarvi addosso? Senza un motivo, per lo meno apparente?

Decido di non pensarci e di andare a prendere qualcosa al bar all’angolo. Guardo l’orologio: sono le quattro in punto. A quest’ora ci sono i bomboloni caldi. Sento l’acquolina salirmi in bocca e per un po’ quel malumore svanisce. Sì, un bombolone caldo, ripieno di Nutella, è quel che ci vuole. Un bel bombolone per curare tutte le ubbie. Entro sicuro nel bar e adocchio la fila di bomboloni in mezzo alle altre paste che dovrebbero essere uscite adesso dalla friggitrice.

«Sono caldi?» domando al barista, un ragazzo con capelli corti e baffetti, dall’aria simpatica. Non l’ho mai visto prima, immagino sia nuovo.

«Sì, sono usciti ora.»

«Prendo quello con la Nutella.»

Quando mi porge il bombolone sento subito che non è caldo. Possibile che si sia già raffreddato? Senza pensare ci do un morso, per sentire se almeno è fatto da poco. No, come minimo l’hanno fatto questa mattina.

«Non è caldo» protesto con il barista. Quello alza le spalle e mormora qualcosa del tipo che oggi hanno fatto i bomboloni un po’ prima, alle tre e mezza.

Butto giù un altro boccone, poco convinto. È chiaro che non l’hanno fatto mezz’ora fa. Se c’è una cosa che odio sono i bomboloni freddi e stantii. Ha un saporaccio. Lo sputo nel cestino dove finisce anche il resto dell’orrenda merenda.

«È cattivo» dico, tirando comunque fuori i soldi per pagare quella ciofeca. Il barista prende gli spiccioli – un euro e venti – e li butta nella cassa, senza una parola. Me ne vado disgustato, con l’idea di non rimettere più piede in quel locale. Ho fatto solo pochi passi nella strada quando un impulso irresistibile mi spinge a girare sui tacchi e a tornare indietro, verso il bar. Quel senso d’angoscia è tornato prepotente, insieme alla rabbia e alla frustrazione.

«Evidentemente ho fatto bene a tornare indietro», mi dico quando, fatti pochi passi, sento un forte botto alle mie spalle, mi volto e vedo un grosso camion che, saltata di netto la propria corsia di marcia, ha invaso il marciapiede sul quale mi trovavo solo pochi attimi fa, andando a schiantarsi contro il muro dell’abitazione che costeggia l’ampio viale cittadino. Fortunatamente sembra che nessuno si sia fatto male: l’autista scende incolume dall’abitacolo del suo mezzo e va a parlare con una signora che deve essere la titolare della palazzina cui è stato fatto un bel buco nel muro sotto la finestra del piano terreno. L’unico che si sarebbe fatto male sarei stato io se mi fossi trovato, pochi secondi fa, ancora all’angolo della via dove è avvenuto il cozzo. Il senso di angoscia continua a crescermi dentro, ma non mi fermo e, mentre i due alzano il volume della voce e si scambiano parole irripetibili sull’accaduto, sono comunque determinato a ritornare in quel bar e far valere le mie ragioni. Non è possibile essere trattati in questo modo! Sarà poco, ma buttar via anche solo un euro e venti e dover sputare la robaccia che mi hanno propinato, non mi va per niente bene! Tuttavia, mentre mi avvicino al locale, più che la rabbia è l’angoscia che prende di nuovo il sopravvento, come se stesse per accadere ancora qualcosa che mi riguardi. Affretto il passo, un po’ per scrollarmi di dosso quel malessere che continua a tormentarmi, un po’ per regolare i conti col ragazzetto che si è fatto beffe di me, senza neppure immaginare di non farmi pagare quel pezzo di roba fredda e schifosa che mi ha fatto mettere in bocca. Il malessere e l’angoscia non passano e proprio mentre sto per avvicinarmi alla porta del bar, sento un urlo forsennato e un abbaiare sguaiato che vengono proprio nella mia direzione. «Scansatevi…scansatevi…è un maledetto molosso che ha preso la rabbia…non vi avvicinate per l’amor del cielo!». Eccolo! Un cane enorme di colore scuro, grande quasi quanto un ragazzo, sta venendo verso di me, abbaiando in un modo che non ho sentito altre volte, con rabbia, appunto, con un ringhio di sottofondo stridulo e malato, che mette i brividi solo a sentirlo! Dietro sta correndo un uomo con in mano uno di quegli attrezzi che usano gli accalappiacani, con un bastone lungo in fondo al quale c’è il cappio per bloccare l’animale. Ora davvero la mia angoscia è al colmo. Come farò a scansare questa bestiaccia, che se riesce ad azzannarmi rischia di mandarmi all’altro mondo con il veleno che mi trasmette? Mi guardo in giro, non vedo vie di fuga mentre quello continua ad avanzare e sembra avermi messo nel mirino. L’unico punto di fuga è l’ingresso del bar, sull’uscio del quale c’è il giovane del bombolone freddo che mi guarda più con curiosità («voglio vedere come fai a scansare il cane!», sembra dire con una faccia da impunito!) che non con l’invito a entrare nel suo locale! Ormai siamo molto vicini. Sto davvero per svenire dall’angoscia e dalla paura. Il cane ormai mi fissa dritto negli occhi, si sofferma come per prendere la mira e saltarmi addosso. Con fare istintivo, mi tappo gli occhi con le mani in attesa di trovarmi addosso quella bestia infettata e che sembra non aspettare altro che affondare le zanne nella mia carne. Sento un ulteriore, rabbioso, rantolo del molosso. Mi aspetto di averlo addosso, ma non salta! Allargo le dita della mano destra che mi coprono l’occhio e vedo che l’uomo con l’attrezzo è riuscito a infilare il cappio nella testa dell’animale, il quale si divincola, si arrabbia ancora di più, ma è bloccato e non potrà più fare male a nessuno. Tiro finalmente un sospiro di sollievo. L’angoscia per un po’ sembra allentarsi. Ringrazio quell’uomo che sta portando il cane verso il camioncino del canile dove, come ci tiene ad informarmi, dopo una puntura per addormentarlo per fargli ingerire le medicine del caso, verrà trasportato e messo in isolamento per alcuni giorni. Fino alla sua guarigione. Decido di entrare comunque nel bar e parlare con quel ragazzotto che sembrava godere della situazione in cui mie ero venuto a trovare. Non faccio in tempo a mettere piede sulla soglia del locale che un suono acuto e fastidioso mi assale. Guardo la faccia del giovane che sembra quasi mettersi a ridere, mentre sono di nuovo assalito da incertezze e angoscia. Mi fa segno di avvicinarmi senza paura. Il suono ricomincia e ora anch’io comincio a riconoscerlo. Allungo un braccio e spengo la sveglia sul comodino! Metto i piedi fuori dal letto anche per prepararmi e andare al lavoro. Mi tocco la pancia sempre più prominente. «Devi perdere almeno dieci, meglio quindici chili di peso. E devi mangiare poco e leggero la sera. Altrimenti ogni notte ti troverai preso da pesantezza e forme anche acute di angoscia. Mi raccomando, fai come ti dico!» mi ha detto più volte il mio medico ogni volta che gli parlo di questi incubi. Finora ho sottovalutato i suoi consigli, ma bisogna che mi decida a fare quello che mi dice!

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