WEN – ANGOSCIA – Il frigorifero – Adriano Muzzi

La prima cosa da capire sarebbe stata perché fossi rinchiuso in un cavolo di frigorifero. La seconda: chi mi aveva messo lì e perché. Ma non fu la mia prima priorità. Avevo troppo freddo per pensare razionalmente. Avevo i brividi e i peli irti come quelli di un istrice.

Cercai di spingere con entrambe le mani per uscire, ma la porta del frigo non si mosse di un centimetro. Forse era uno di quelle ghiacciaie con la maniglia di sicurezza all’esterno. Mi accucciai in posizione fetale e iniziai a tirare calci. Dopo un po’ qualcosa s’iniziò a muovere, uno lama di luce si fece strada dai bordi e alla fino la porta si aprì con un “clang”.

Uscii urlando come un forsennato, ma i versi che uscirono dalla mia bocca sembravano più un lamento di un animale in gabbia, una sorta di violino accordato male. La cucina sembrava la mia, non c’era dubbio. Mi mossi con circospezione per capire se ci fosse qualche intruso che mi potesse tendere un agguato. Sembrava tutto silenzioso, nessuna traccia di esseri viventi oltre me. Del resto, la mia “ex” moglie se ne era andata qualche settimana fa, nessun figlio, né gatto o cane. Io e il mio dannato appartamento vuoto. E quindi?

Mi spostai in bagno per guardarmi allo specchio e capire se mi fossi ferito in qualche modo. Rimasi a bocca aperta. Quello che vidi riflesso non mi piacque affatto, anzi, mi terrorizzò.

Dinnanzi a me non c’era più la mia faccia, ma il mio volto stava lentamente mutando. La pelle si stava ricoprendo di una sottile peluria verde, mentre i miei occhi diventavano più grandi e sporgenti.

La bocca si allungò in una sorta di becco, mentre le braccia e le gambe si restringevano in lunghe e sottili zampe. Stavo mutando in una cavalletta!? Una creatura che avevo visto tante volte nei campi e nei prati. Cavolo! Che schifo!

La mia mente è ancora umana, pensai, ma il corpo stava ormai trasformandosi in quello di un insetto. Con un grido di disperazione, cercai di afferrarmi allo specchio per impedire la trasformazione, ma era troppo tardi.

Mi ritrovai sul pavimento, le zampe appoggiate sul parquet, che a ogni passo facevano un rumore come di bastoncini su una latta di plastica vuota. La vista era migliorata e potevo percepire i dettagli del mondo intorno a me con una precisione incredibile. I peli del tappeto sotto il lavandino sembravano alberi dell’Amazzonia.

Ero diventato una maledetta cavalletta gigante.

“Deve essere lo stress!”, dissi tra me e me, ma le zampe al posto delle mani mi dicevano tutt’altro.

Non mi potevo arrendere così, presi l’unica decisione razionale che si potesse considerare in quel momento: mi distesi sul letto sempre troppo vuoto, e aspettai il sonno. Ero sicuro che mi trovassi solo in un brutto sogno. Sì, doveva essere per forza così.

La mattina dopo, la prima luce del mattino mi svegliò, aprii un occhio e…

di Adriano Muzzi

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