
È una giornata come tante: l’estate, ormai, più che un annuncio, Sulla tavola c’è il primo melone, profuma l’aria di libertà.
Sto per laurearmi: mille progetti gemmano e il sorriso allaga le guance.
Il telefono squilla a lungo prima che lei risponda.
– Si, sono io. Che c’è? Capisco. Ma quando? Così presto? D’accordo, ci sarò, ci sarò.
L’angoscia le affloscia le guance e mi sigilla le labbra. Non ho scampo, sarò io la prima a sapere. Dopo un normale controllo sono arrivate sentenza e condanna: tumore al seno destro, asportazione chirurgica entro luglio. Bisogna correre: a quarantacinque anni ha tutta la forza per divorarti.
Lei non piange, non urla. Si toglie lenta il grembiule da casalinga e lo piega con diligenza. Pare appena stirato.
– Tanto lo sapevo che questa volta toccava a me.
Adriana, cugina e amica dolcissima, è morta l’anno scorso di cancro alle ovaie. A quarant’anni.
Un grumo freddo mi è scivolato in gola e la chiude. Mi soffocherà, ne sono certa. Intanto, ha già intirizzito i miei sogni.
– Guardami, guardami negli occhi! – mi scuote improvvisa – Ascoltami bene: voglio che sia tu a dirmi la verità quando mi risveglierò dall’operazione. Qualunque sia, la voglio da te. Promettimelo!
Non ci provo a far finta di non aver capito.
– Ma perché proprio io?- protesto senza convinzione.
– Perché di te mi fido.
Chiudo gli occhi, tanto sarebbero vuoti.
Perché mi costringi a diventare un’amazzone in una giornata di quasi estate? L’ho già fatto il mio dovere: ho studiato, ho trovato un bravo ragazzo e ora anche un lavoro. Non ce l’hai il diritto di sbattermi in prima linea.
Ma la ribellione non arriva. Mi hai insegnato che la responsabilità viene prima di tutto, costi quello che costi. Sennò si può scegliere il senso di colpa, quello che l’autocoscienza ha ricoperto di una polvere incerta: basta un alito per scoprirlo, più forte di prima.
Le gemme dei progetti cadono a una a una.
– Te lo prometto.- sussurro.
Un mese dopo non hai bisogno della mia verità, il seno amputato ti racconta tutto. Non morirai, ti hanno solo mutilato per sempre. In fondo anche le amazzoni si tagliavano la mammella destra per mirare meglio con l’arco.
Per cinque anni, un sogno, sempre lo stesso, si è ingoiato la mia fame d’estate.Vengo chiamata d’urgenza da casa: devo rientrare subito, lei ha avuto una ricaduta.
Ti trovo distesa sul letto d’ospedale, le braccia segnate di lividi e aggrovigliate di tentacoli trasparenti. La piovra maledetta ti strozza già il respiro.
– E’ vero, non te l’ho detta la verità – dico piangendo – mi è mancato il coraggio.
La mano si agita sulla coperta. Gli occhi si riprendono il viso. Capisco che mi vuole vicina.
– Mi fidavo di te. Le amazzoni vanno in battaglia a due a due, solo così sono davvero invincibili.
Sei morta trentasette anni dopo, di un altro tumore, l’ultimo di una serie di tre.
A nessuno hai chiesto di dirti la verità. Hai deciso di smettere di curarti e di mangiare; ne avevi abbastanza. Non ti abbiamo convinta che valeva la pena di riprovarci, di continuare ad essere il nostro pilastro pur con tutte le sue crepe.
– Sono stanca, lasciatemi in pace – ci hai detto una sera e ti sei chiusa per sempre, in un posto che sapevi solo tu.
Ti penso spesso, sai, e ce l’ho con te perché non mi hai permesso andare in battaglia con te, come chiedevi nel sogno. Anche se non avremmo vinto, ci saremmo almeno fatte coraggio a vicenda.
di Maria Dina Tozzi

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