
Già l’aveva intravista, l’altra, di spalle, a Settignano, mentre lei dall’alto del colle ammirava la piana ove s’adagia Firenze, incoronata di olivete e ville sparse per la campagna intorno; seminascosta dal tronco di un cipresso secolare, “l’altra” confondeva il bruno dell’abito col tronco della pianta e, dando le spalle alla Divina, osservava la villa e sembrava chiedersi per quanto ancora sarebbe durata quella dissennata relazione con un amante più giovane di ben cinque anni “Si sa: le donne invecchiano molto prima degli uomini e un amante di ben un lustro inferiore all’amata, col trascorrer del tempo, è come se avesse vent’anni e passa di meno!”. Lei, però, attratta dalla maestosa piena perfezione della cupola del Brunelleschi e soddisfatta per la passione ricambiata, non ci aveva fatto caso più di tanto –solo una fitta allo stomaco e alla gola- e un attimo dopo, rivolto lo sguardo nuovamente al cipresso secolare, l’altra era svanita, scomparsa chissà dove.
Già anni prima, a Roma, al calar del sipario, dopo gli scrosci di applausi e i complimenti estasiati degli ammiratori, pronti a gettarsi ai suoi piedi –i piedi della Divina- e le rose gettate sul palcoscenico, quando le luci della ribalta s’erano spente una dopo l’altra sul dramma “La Signora delle camelie”, negli ultimi posti in platea le era parso di intravedere quella figura minuta, fasciata di nero taffetà di seta e ampio cappello brunito con penne di struzzo, e quegli occhi, ancor più neri e lucenti dell’abito, le sembravano domandare: “Fino a quando? Fino a quando?”. Lei con la mente, allora, era andata al matrimonio fallito da tempo, alla figlia affidata alle tate a causa del lavoro pressante e per questo incapace di provare vero affetto per la mamma girovaga, al suo lavoro di attrice destinato a finire con lo sfiorire della bellezza e delle forze; allora quella fitta allo stomaco e alla gola s’era fatta sentire molto più forte ed era come se l’altra, là in fondo al teatro, avesse allungato braccia e mani fino a raggiungerla sul proscenio e penetrare nella sua cassa toracica pressandole viscere e gola. Per fortuna dalla penombra era guizzato alla luce un giovane gridandole “Oh grande amatrice!”: l’aveva sì spaventata, prendendola alla sprovvista, ma una frazione di secondo dopo lei aveva riso di cuore, mentre l’altra, mollata d’un botto la presa, subito era scomparsa e, con lei, pure quel senso d’oppressione.
Forse era anche per questo che col tempo quel biondino dal fuoco negli occhi e dalla persona ardente era divenuto suo amante e per circa dieci anni, tra alti e bassi, era durata la loro relazione.
Ed ecco che proprio in questo istante, mentre la sua testa sudata affonda nel guanciale di quest’ospedale in terra straniera, aldilà dell’oceano, in Pennsylvania, e il petto è squarciato da convulsi colpi di tosse –ah, la signora delle camelie!- e le membra febbricitanti tremano per un gelo inestinguibile, là in fondo al capezzale del letto compare d’un tratto la minuta figura fasciata di nero col capo coperto stavolta da una paglietta a tesa stretta, tinta d’un colore brunito.
“Chi sei? –le domanda ora la Divina- Perché mi segui da tutta una vita?” e l’altra: “Il mio nome è miss Verzweiflung, “Fer-zvaif-lung” -ripete sillabando lentamente- è parola di lingua tedesca. Io sono qui per chiederti se è valso davvero sacrificare tutta la tua vita, tutti i tuoi affetti per questa esistenza raminga e frenetica, che ti ha condotto dove? In un letto di ospedale, sola come un cane, tra gente che non parla la tua lingua natale, alla quale mai tu hai rinunciato, recitando sempre in Italiano nei teatri di tutti i paesi del mondo?”.
Mentre miss Verzweiflung parla, ecco la fitta allo stomaco e alla gola ritornare, fortissima, come a Roma nel primo incontro, ecco quelle mani ripenetrare nel suo torace e rendere ancor più gelido il gelo che la fa tremare per tutte le ossa ed ecco la voglia di morire all’istante soffocata dalla tosse che non dà tregua ed ecco lo sguardo struggente sull’intera sua vita, un film muto ove nulla ha senso e costrutto, ove tutto è fallimento e insensatezza.
Intanto miss Verzweiflung s’avvicina alla sua testa e lì vuole entrare, pone la mano sinistra sul comodino di ferro e distrattamente sfiora una goccia di una soluzione liquida di iodio, fatta lì cadere da un’infermiera negligente, e inavvertitamente avvicina la mano sinistra al proprio viso.
La Divina, intanto, sente il gelo di miss Verzweiflung farsi sempre più appresso e volge il proprio volto a destra per vedere meglio in viso la visitatrice aguzzina. Il nero della paglietta brunita rende ancor più plumbeo l’incarnato della “signorina”, ove spiccano i folli lucenti occhi puntati sulle pupille della moribonda, porte aperte per far irrompere nella mente dell’agonizzante gli struggenti deliri dell’altra, ma…in quel viso lugubre una nota stonata: un baffo rosso di iodio sopra il labbro sinistro, un tocco di vita inatteso tra tanto sentore di morte, una benedetta nota stonata e…la Divina ride e domanda:
“Miss Verzweiflung, cosa significa in Tedesco il suo nome?” e l’altra: “Significa Angoscia; perché?”
“Ecco perché lei è Miss e non Mrs Verzweiflung …nessuno a questo mondo la vuole, solo con la forza della disperazione lei riesce a unirsi alla sua preda. Io, però, non sarò tra queste; nella mia vita ho compiuto tanti errori, certamente, ma ho vissuto in pienezza e consapevolezza, come volevo, ho trasmesso come attrice al mio pubblico la bellezza dell’arte e come donna ho amato liberamente, fieramente. Ora sto per morire e mi riposerò, di nulla avrò timore e stanotte dormirò sul mio cuore! E…levati codesto ridicolo baffo di iodio dal tuo terreo viso, miss Cognome Impossibile Da Pronunciare, sei ridicola e niente più del senso del ridicolo caccia via l’angoscia!”
L’infermiera del turno di notte trovò la Duse sopita nel letto: era morta, ma pareva dormisse e sognasse un piacevole sogno, per questo le sue labbra erano atteggiate a un sorriso lieve.
di Miriam Ticci
Questa poesia, scritta da Gabriele D’Annunzio e da lui inserita in Canto novo (Milano, Treves 1896), mi sembra giusta conclusione al mio racconto, giusto per illuderci e…cacciar via l’angoscia!.
Rimani! Riposati accanto a me.
Non andare.
Io ti veglierò.
Io ti proteggerò.
Ti pentirai di tutto fuorché d’essere venuta a me, liberamente, fieramente.
Ti amo.
Non ho nessun pensiero che non sia tuo; non ho nel sangue nessun desiderio che non sia per te.
Lo sai.
Non vedo nella mia vita altra compagna, non vedo altra gioia.
Rimani.
Riposati.
Non temere di nulla.
Dormi stanotte sul mio cuore
Gabriele D’Annunzio

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