WEN – ARCHITETTURA – Ad Argirocastro (Albania) – Maria Dina Tozzi

In Albania, nel paese delle aquile è qui, ad Argirocastro che si rifugiano  quando scendono  dalle Alpi del Theth.  I tetti grigio argento, dominati dalla fortezza di Ali Pasha di Tepelene, si addicono ai nidi delle regine del cielo.

E non poteva esser nato che ad Argirocastro, in una casa di pietra, forte come l’acciaio, Ismail Kadare, che del suo paese ha raccontato le guerre contro gli ottomani e le torri senza uscita del  ‘Kanun’, la legge atavica che sancisce l’obbligo sociale di uccidere un assassino o un membro della sua famiglia per salvare l’onore. Della sua città natale ha scritto: “Girocastro è una strana città  apparsa all’improvviso nella valle in una notte d’inverno come una creatura preistorica che strisciando si era attaccata ai fianchi della montagna. Tutto nella città è vecchio e pietrificato; le strade, le fontane, i tetti delle sue grandi case vecchie di secoli coperte di lastre grigie come scaglie di un qualche gigante. È difficile credere che sotto quei carapaci sia viva, capace di rigenerare le tenere carni della vita”.

Hai ragione Ismail, le dimore qui sono cucite le une sulle altre. Si sorreggono a vicenda, per non crollare: dove finisce il tetto di una cominciano le fondamenta di un’altra, in un’arrampicata affannosa verso la Rocca di Ali Pasha. Di malavoglia lasciano un po’ di spazio ai passaggi striminziti che si rincorrono e ti fanno perdere il filo. Sono loro le vere padrone della città, rivali in altezza, perfezione di forme e severità di facciata. Tutte con lo stesso odore: gelsomino fuori e solitudine dentro.

«Il caffè è croato, la caffettiera è italiana e io sono macedone» ci dice il custode di Zekate, una delle più famose case ottomane di Argirocastro, nello stile Kulle che ricorda i nostri palazzi fortificati dell’Evo medio.

«La chiamano la casa delle cento porte, ma sono tutte aperte, anche quelle dei bagni. Di appartarsi non se parla proprio» ridacchia Cheznie, Casimiro per noi italiani. L’ingresso  ha un tocco femminile. Non credo sia stata un’idea sua: in un angolo un vecchio paio di stivali di vernice bordeaux a punta diventano una fioriera di begonie rosse. È una sorpresa irriverente che ingentilisce la sobrietà di casa Zekate.

 Durante la visita c’è uno sbalzo di tensione e rimaniamo al buio per dieci minuti buoni con le assi di legno che scricchiolano sinistre sotto i piedi e sulla testa. È successo proprio mentre visitiamo il quartiere delle donne. Ci pare di vederle coi pantaloni neri alla zuava, il giacchino di broccato rosso e la camicia bianca osé, adagiate su divani rosso fuoco mentre piluccano lokum appiccicosi o si fanno la ceretta con lo zucchero caramellato mentre spiano dalle grate le vite altrove. 

All’uscita, Cheznic ha voluto in tutti i modi offrirci un caffè nel baracchino di lamiera che  offende i cespugli di rose, fusi con le calle immacolate e i gelsomini prepotenti.

«Perdonate, alla pioggia non piace la luce elettrica. Qui tutto è difficile. Noi pochi di soldi» blatera. Anche lui è stato un periodo a lavorare in Italia dopo la fine della dittatura ma non ha fatto fortuna a giudicare dalle ciabatte esauste. 

Ci dice che sua moglie è una discendente della famiglia Zekate: della casa di famiglia ha recuperato la proprietà, ma non gli arredi, dopo la fine dell’epoca Hoxha. Prima di salutarci ci racconta che il posto ha la sua leggenda. La faida fra gli Zekate e i Babametos dura da trecento anni, da quando questi ultimi si fecero cristiani. Il motivo non è futile: tutto successe per via di uno specchio con cui un giovane dei Babamentos mandava segnali ad una ragazza chiusa nel quartiere delle donne a casa Zekate. L’onta si lavò col sangue di tutte le generazioni successive.

«Ora però è finita, anche perché i Babametos son morti tutti» aggiunge con un lampo feroce negli occhi buoni.

Maria Dina Tozzi

Una risposta a “WEN – ARCHITETTURA – Ad Argirocastro (Albania) – Maria Dina Tozzi”

  1. Bene Maria Dina; dalla descrizione architettonica di un luogo si possono dedurre cultura e mentalità di un popolo e mille altre suggestioni ancora; tu ci sei riuscita pienamente, con uno stile piano, ma mai banale e un lessico ad hoc.

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