
Sono in cammino da un paio d’ore nella quiete del bosco. Il sentiero in salita restituisce l’ansimo lieve del mio respiro in sintonia con il ticchettio dei bastoncini da trekking. Il corpo muove lasciando liberi gli occhi e la mente; i primi di vagare curiosi, dal particolare al vasto paesaggio, la seconda di aprirsi come una vela offerta all’incanto.
La mia meta è la chiesa della Madonna dei Fossi. Il motivo; un passaggio in auto alla ‘Flora’ sulla strada di Pomino, tre giorni prima.
Per gratitudine la donna, generosa di anni e parole, mi ha dipinto durante il tragitto un affresco di un tempo duro, legato alla propria infanzia contadina:
– Allora su questi poggi fiorivan tante case sparse; noi s’era la gente del Metamorle!
Ero piccina ma un mi veniva risparmiato nulla, c’era da fare tanto: – il lavoro n’i campo, gli animali da badare. E la sera le veglie davanti al “foco”, le feste comandate da onorare, tante processioni che finivano in gloria alla chiesa dei Fossi, la località sul dorso della montagna della Consuma, fra il Poggio del Castello e quello di Tirilli. –
Il suo congedo poi di fronte alla porta di casa si è rivelato stupefacente;
– Se tu vuoi salire a piedi fino a lassù, vacci bellino, vale la pena; son posti belli, ma ricordati questa rima:
Fiore di bosco
quello che c’era prima ormai è nascosto,
i rovi han soffocato piagge e dossi
la macchia regna fitta sopra ai fossi…-
Ora che mi trovo al cospetto della chiesa, comprendo il senso del suo fantastico stornello.
Improvviso il sentiero ha svelato alla sommità del colle una sparuta radura.
Un cartello sbiadito parla di un antico ospitale francescano, ma l’intrico di rami e tralci sovrasta ormai l’edificio, come se lo volesse divorare. Pietre arrese coperte di muschio sono precipitate a terra nell’incuria assoluta.
Mi sposto per trovare un punto di osservazione migliore. Un’ampia fessura nella selva disvela, accanto all’ospizio originale, una chiesa costruita a una sola navata coperta a capriate; su tre lati quello che resta di un grazioso loggiato, architravato secondo un gusto neorinascimentale.
Sul lato destro si intravede ancora il campanile a vela. Fra le righe sbiadite del cartello si può leggere che, fino alla fine degli anni ’60 del Novecento, il luogo di culto conservava una terracotta invetriata di scuola robbiana raffigurante l’Incoronazione della Vergine con il Bambino Gesù. Ospitata gelosamente nel coro, quest’opera era particolarmente venerata dalla gente del luogo che arrivava in processione, in occasione della festa del Carmine, il 16 luglio d’ogni anno.
Abbraccio con lo sguardo questo intrigo di piante e linee architettoniche. Immagino che questo sia stato per tanto tempo un approdo agognato per i pellegrini che vi transitavano già dal XIII secolo sulle orme di San Francesco. Fin da allora spiritualità e ragioni commerciali facevano della mulattiera casentinese che mi trovo a percorrere, luogo di preghiera e culmine strategico. Poco sopra il santuario, le mura ormai scomparse del castellaccio guelfo dei conti Guidi erano poste a monito delle mire Fiorentine.
In una vertigine temporale la stratificazione della storia mi catapulta nel 1635, quando l’ampliamento dell’antico oratorio francescano, vede sorgere l’attuale chiesa della Madonna dei Fossi proprio nel luogo sacro dove si narrano prodigiose guarigioni, al cospetto del tabernacolo mariano dedicato alla Maestà di Fanaglia.
Ora intorno solo silenzio. Ma silenzio è una categoria umana; qui, in uno spazio lontano da tutto, trionfa la voce del bosco.
A me pare un’invocazione carica di mestizia, di rimpianto per questo pregevole manufatto inghiottito dalla macchia e destinato ad essere cancellato per sempre dalla memoria collettiva.
Claudio Maestrini

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