
L’aula si fece scura, e subito dopo una slide illuminò il muro dietro la scrivania del professore.
Mostrava una fabbrica in mezzo a dei campi.
La fabbrica di mattoni rossi oggi si erge come una fortezza sopra le case dei cittadini dell’Isolotto, nel Quartiere 4 di Firenze.
Ma non è sempre stato così. Nell’Ottocento era una fabbrica in mezzo al nulla, o meglio, in mezzo a una distesa di frutteti, abeti, pini e tanti altri alberi che adesso danno il nome alle strade e alle vie del quartiere costruito per volere di Giorgio La Pira.
All’epoca era nota come Concimaia, perché i due soci che per primi ne furono i proprietari, Romanelli e Bertelli, la destinarono alla lavorazione di concimi derivati dalle ossa di animali. E così, in mezzo tutto quel verde, è stata eretta questa fortezza rossa.
Poi, per la prima volta nella storia della Toscana, Prato ha conquistato Firenze: Galileo Campolmi, già proprietario di una’altra fabbrica, rilevò la Concimaia e la ingrandì, facendovi costruire case e uffici per i suoi dipendenti con dei lavori di ristrutturazione tra gli anni Venti e Trenta.
Giorgio La Pira, sindaco di Firenze del dopoguerra, riteneva tuttavia che questa fabbrica, che andava benissimo per un luogo disabitato com’era l’Isolotto tra Otto e Novecento, non fosse più adatta a un quartiere residenziale.
Eppure nel 1966, la fabbrica si rivelò molto utile per la città, perché assorbì numerosi animali morti quando il fiume Arno ruppe gli argini. Dopotutto, parliamo comunque di una fabbrica che usava ossa di animali, quindi era perfetta per la situazione.
Ma a parte casi eccezionali, come quelli dell’Alluvione, si trattava di un residuo di un passato che non poteva coesistere in un quartiere sempre più popolato, almeno secondo alcune personalità di spicco.
Quando a Campolmi fu detto che avrebbe dovuto costruire un impianto di depurazione, lui decise di cessare l’attività, ritenendola troppo onerosa, e di concedere la fabbrica a una ditta di imballaggi, che cominciò a operare al suo interno a partire dagli anni Settanta.
Fu un debole tentativo di tenere in piedi quell’edificio, che tuttavia ebbe breve durata.
Nel 1984 è scoppiato un incendio che ha raso al suolo l’ormai Ex Campolmi
Un’altra slide mostrò la fabbrica dell’Isolotto come si presentava nel presente: una rovina priva del tetto e solai, circondata da abitazioni che sembravano per prendere il sopravvento. Un’immagine completamente diversa da quella precedente, dove la fabbrica sembrava una macchia rossa in mezzo al verde.
«Perché non recuperare la Campolmi di Firenze com’è stata recuperata quella di Prato? La sede principale adesso, con Museo e Biblioteca, è qualcosa di meraviglioso» disse uno studente.
«Perché ci sono vari punti da definire: l’Ex Campolmi di Prato era in pieno centro, parte integrante della storia della città, era in stato di abbandono ma comunque per buona parte integra, senza dimenticare che il sindaco della città, Claudio Martini, è diventato poi Presidente della Regione Toscana, e si è speso in prima persona per recuperare l’edificio. E non fu l’unico.
Furono per primi i cittadini, guidati da celebri architetti, a fondare il comitato Museo del Tessuto, per evitare che lo stabile fosse spianato per fare spazio ad anonime abitazioni, che sarebbero state costruite sopra un pezzo fondamentale della storia di Prato. Ma parliamo comunque di un progetto che ha impiegato anni ad avviarsi. Se non fosse stato per l’elezione di Martini, che riuscì ad attirare nella sua città i fondi europei, il Museo del Tessuto non avrebbe mai visto la luce, perché si trattava di un progetto troppo costoso da attuare».
«L’Ex Campolmi di Firenze è invece un edificio periferico, sconosciuto a molti fiorentini che non abitano nel quartiere Isolotto, e anche molti abitanti del quartiere ne ignorano il passato glorioso. L’incendio del 1984 l’ha ridotto a uno scheletro di mattoni, che gli anni di degrado hanno peggiorato ulteriormente. Inoltre non si tratta di un edificio principale come quello di Prato, ma di una succursale, quindi a Firenze ha avuto un’importanza di gran lunga minore, dal punto di vista economico, per il capoluogo toscano, che quindi, possiamo dire, ha altre priorità»
Lo studente non sembrava soddisfatto della risposta. O forse ne era rimasto proprio deluso.
Il professore lo notò, e decise di essere meno cinico. «Però, anche in queste condizioni, l’Ex Campolmi di Firenze è ancora un meraviglioso esempio di architettura urbana. Non è troppo tardi per recuperarla e trasformarla in una zona attrattiva per gli abitanti del quartiere e di Firenze. Ci vorrà un sacco di tempo e un sacco di soldi, ma è ancora possibile riportare in vita questo scheletro di mattoni. E oltre a questo ci vorrà, come a Prato, la volontà dei cittadini di Firenze e dei suoi politici»
Una terza slide mostrò la fabbrica come avrebbe potuto diventare, con tante persone che passeggiavano al suo interno.
Quella fabbrica apparteneva alla gente di Firenze. Più che recuperata, andava restituita alla cittadinanza.

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