
L’Architetto e l’Ingegnere osservavano lo scheletro del palazzo che stava venendo su nella all’angolo della passeggiata di Viareggio.
L’Ingegnere si strusciava la barba con la mano, era da un po’ che lo faceva, chi l’avesse visto dall’esterno avrebbe potuto scambiarlo per un tic, tanto era compulsivo; invece era il suo modo di scaricare il nervosismo.
Si trattava di un progetto importante, ci teneva a fare un ottimo lavoro, però fronte mare c’erano tante variabili in più da considerare, se voleva che resistesse alle intemperie e al tempo, avrebbe fatto volentieri a meno di stucchi e abbellimenti.
Di altro parere era l’Architetto che intendeva armonizzarne lo stile con quello Liberty dei palazzi preesistenti, come previsto dalla normativa comunale.
L’uomo lanciò un’occhiata veloce al professionista accanto a sé, registrò lo sguardo vivace nel volto lucido, scese poi più giù, verso il rotolo che stringeva in mano, il corpo proteso in avanti tradiva l’ansia.
Poveraccio, dalle occhiaie blu, deve aver passato la notte a modificare il progetto.
Non era il solito raccomandato, aveva fatto dei bei lavori su Pisa e Firenze.
Sarà per via dell’aspetto, con i capelli ricci spettinati e l’abbigliamento casual, sembra un ragazzo.
Comunque, nonostante il curriculum di tutto rispetto, era la terza soluzione che gli rifiutava.
«Forza, vediamo cos’hai studiato stavolta» gli disse, invitandolo a farsi avanti.
L’altro non se lo fece ripetere. In un solo movimento fluido stese sul tavolo il disegno fermandone gli angoli con dei sassi raccolti per terra. Il sorriso raggiunse le orecchie mentre iniziava la sua esposizione.
«Ho tolto le due torrette, per le terrazze al secondo piano ho lasciato le colonnine color panna, sormontate da travi rifinite con merlature. Per la facciata prevedo l’introduzione di stuccature a protezione degli angoli, ho semplificato le cornici di porte e finestre, mentre per il primo piano…» L’Ingegnere alzò una mano per interromperlo.
«I merli no.»
«Ma…» iniziò a protestare l’altro.
«No», ribadì calmo l’ingegnere, «Guardati attorno. Da lontano quella palazzina laggiù sembra splendida. Avviciniamoci.»
Arrivati al cancello si poteva notare lo scempio di cui era stata oggetto durante l’ultima violenta tempesta. Parte dei bei cornicioni barocchi erano sgretolati e le colonne decorate avevano subito grossi danni, per non parlare della facciata, tutta da rifare.
«E’ questo che vuoi che accada al nostro nuovo palazzo? Te li immagini i proprietari inferociti perché, magari, dopo appena un anno, si trovano a mettere mano al portafogli?»
«Si è trattato di un vento straordinario!» protestò il ragazzo.
L’ingegnere scosse il capo. «La grandinata di novembre è durata parecchio, sostituita, poi, da un vento fortissimo che ha sbattuto per ore acqua mista a sabbia su tutti gli immobili della passeggiata. Eventi del genere stanno diventando la regola, non l’eccezione.»
L’Architetto sospirò, «In Comune non saranno contenti, e comunque, va bene la solidità, ma non possiamo neanche realizzare un bunker.»
«Non ho detto questo. Eliminiamo quei merli che fanno tanto medioevo e magari inseriamo delle belle colonnine affusolate nelle balaustre delle terrazze. Il resto lo lasciamo. D’accordo?»
L’architetto ci pensò un po’ e annuì. «Potrebbe andare. In fin dei conti il parapetto della Terrazza Mascagni a Livorno è quasi cent’anni che resiste alle mareggiate. Mi accontenterò di quelle.»
Laura Gronchi

Rispondi