WEN – ARCHITETTURA – La promenade en calèche dans le jardin paysager – Miriam Ticci alias MITI

Déh déh Morello!” così Gagliano, il fiaccheraio, ben piantato in serpa, con le redini nella mano sinistra e nell’altra la frusta, incitò il suo ronzino, mentre sbirciava il passeggero seduto in carrozza alle sue spalle: un uomo maturo, marsina scura, barba bianca, capelli brizzolati e cappello da passeggio.

Sali su per l’erta, per la carraia che parte qui da porta Romana e fermati, quando te lo dico io!” disse asciutto il cliente.

Mentre il passeggero consultava carte topografiche e quaderni di appunti, la carrozza s’avviò per la bianca via che era poco più d’un sentiero fuori dalle  mura di Firenze con a sinistra il giardino di Boboli e a destra l’aperta campagna.

Dopo una curva a gomito,

Fermati! Io scendo e tu m’aspetti sul ciglio della strada”; il fiaccheraio ubbidì e si guardò intorno, stupito dal comportamento del gentiluomo, che sembrava vedere chissà che, mentre il paesaggio non evidenziava niente di nuovo agli occhi di Gagliano.

Signore, posso aiutarla in qualche modo?

Grazie, sono venuto senza i miei collaboratori per un controllo finale; sì, va bene, reggi questo metro e non muoverti da qui, proprio dov’è stato piantato questo piolo.

Lo strano viaggiatore iniziò a srotolare la matassa del metro e il filo del discorso, rivolto in primis a se stesso:

Ecco, qui sorgerà il parco del Bobolino; al centro il viale, largo più di 16 metri, e ai lati i tre giardini con lecci pini querce cipressi aiuole e vasche in roccaglia; in quello di mezzo spiccherà il “Cedro dell’incenso” situato sul lato sinistro dell’aiuola centrale.

Ripreso il viaggio in vettura, solo allora Gagliano s’accorse dei paletti colorati di bianco e rosso, che costeggiavano qua e là la strada: essa da stretta carrareccia qual era sarebbe divenuta un largo viale, percorso comodamente in entrambi i sensi da carrozze ombreggiate da filari di alberi, mentre i pedoni avrebbero camminato in sicurezza su ampi marciapiedi laterali:

Che meraviglia sarà! –pensò e, rivolto al cavallo,– Déh déh Morello, la salita la va presa alla garibaldina!

Il tragitto fu breve ed ecco di nuovo un’altra sosta. L’architetto, poiché questa era la qualifica che s’era dato, scese a terra e come una lepre, a dispetto dell’età, s’inerpicò lesto a destra sul fianco in ascesa della collina col fiaccheraio naturalmente dietro, mentre il ronzino, legato a una pianta, allungava il muso verso l’erba tenera. Il gentiluomo indicò la segnaletica bianca e rossa tutt’intorno sparsa:

Ecco, qui sorgerà il “parco del Tivoli” a celebrare la grandeur di Firenze Capitale in quest’ettaro, che sarà illuminato anche di notte grazie al gazometro lì predisposto a tale scopo.” “Ma che significa? Perché Tivoli?” chiese Gagliano incuriosito; e l’architetto di rimando:

 Si chiamerà Tivoli, come i grandi giardini parigini e come l’omonimo parco di Copenaghen e come l’italiana Tivoli, che per bei giardini non è seconda a nessuno; qui Fiorentini e non verranno a divertirsi: raggiunte in carrozza o a piedi le due grandi colonne d’ingresso, sormontate da statue, troveranno giostre salone da concerti caffè chantant e tanto altro ancora, persino il tiro al bersaglio “alla Flobert”. Tutto il popolo ha diritto a un po’ di svago nei dì festivi, non solo noi classi abbienti!

Parole sante! Basta avere, però, qualche spicciolo da spendere…senza ninneri non si nannera!… e di questi tempi…Déh déh Morello, si riparte!”.

Il cavallo proseguì lento su per la salita abbastanza ripida per le sue zampe, fino a quando giunse a un falso pianoro tappezzato d’erba, ove, appena sceso, il passeggero proseguì ad alta voce:

Eccoci arrivati a quello che diverrà il piazzale Galileo; proprio qui sotto ci sarà il terzo giardino del Bobolino caratterizzato da due torrini e da un sistema di scalinate e terrazzamenti belli a vedersi e utili alla stabilità del terreno. Vedi? Laggiù fa capolino la torre del Gallo e là la collina d’Arcetri, ove visse Galileo Galilei dopo l’abiura! Troppo pericoloso mettersi contro le gerarchie ecclesiastiche…ma un omaggio al grande scienziato è più che doveroso…

Qui rimarrà tutto così?” chiese Gagliano cambiando discorso e l’architetto:

Neanche per sogno: il falso pianoro sarà allargato di molto e diverrà un ampio piazzale, dove carrozze e pedoni sosteranno all’ombra di alti pini e l’occhio seguirà a sud i morbidi contorni collinari, i giardini delle ville sottostanti e la nuova strada per il Poggio Imperiale e oltre. Da quest’altra parte, invece, s’aprirà l’ingresso di una villa padronale neoclassica.

La carrozzella prosegue…

Tra poco sulla sinistra si rivedranno Forte Belvedere e le mura d’Oltrarno inerpicate sul colle di Boboli e …ma che ci fanno quegli alberi fronzuti a nascondere la veduta straordinaria?!…Ne parlerò con Attilio Pucci…troverà lui la giusta soluzione per basse piante arbustive e floreali che non nascondano, anzi sappiano valorizzare certi effetti prospettici del paesaggio!” L’architetto, aggiornati gli appunti, tornò a guardarsi d’intorno e nella mente “vedeva” ciò che di lì a poco sarebbe nato: le linee morbide del viale assecondanti il profilo del versante collinare, piccole o estese aree di sosta erbose, chalet ville e villini sparsi a impreziosire il Quartiere di Collina con il loro classicismo all’italiana e i primi stupefacenti affacci su Firenze, che si sarebbe concessa alla vista a poco a poco, bella e riottosa.

A un tratto:

Ferma, ferma, per Dio! Di questo non m’ero mai accorto prima…la siepe a sinistra è stata potata, letteralmente scapata chissà da chi, ed ecco il primo punto da cui si vede il duomo…la cupola del Brunelleschi!!!”. Il fiacchere si fermò: l’architetto aveva le lacrime agli occhi dalla commozione; a prima vista a Gagliano era sembrato un uomo tutto d’un pezzo, sbrigativo, non facile ai sentimentalismi e, invece, eccolo qui coi lucciconi agli occhi, come un bambino! Gagliano osservò: la siepe verde e il cielo azzurro incorniciavano la cupola  –oh! il rosso incurvato della copertura e il bianco marmoreo di costoloni e cuspide!-

Che armonia, quanta bellezza e genio! Ma dove sono nato e cresciuto? In Paradiso?!” egli pensò col cuore in subbuglio, dimentico del seminterrato malsano, ove viveva, in via del Leone; intanto l’altro ripresosi dalla maraviglia:

L’utilitas si sposa con la venustas, come scriveva e costruiva Leon Battista Alberti! In questo punto di sosta senz’altro ci metterò una panchina in pietra serena per permettere a chi vi arriva di estasiarsi di fronte a tale perfezione.” E, aperto il quaderno, vi annotò l’idea.

Uno schiocco di frusta e via! Ma a questo punto Gagliano sapeva già quale sarebbe stata la prossima sosta: san Miniato al Monte! E infatti lì, alla propria destra, l’architetto chiese di accostare, a fianco del crinale collinare, sulla cui cima, bianca perla nel verde, spiccava l’antica basilica olivetana. Faticosa fu l’ascesa a piedi del ripido sentiero su su fino alla vetta e lì, giunti col fiatone al sacrato della vetusta chiesa, Firenze per la prima volta si mostrò in tutto il suo splendore. Gli occhi dell’architetto, però, puntavano a terra:

Li vedi questi solchi discendenti la collina? Quando piove a dirotto diventano canaletti e poi ruscelli che facilitano lo smottamento del colle; è un fenomeno già descritto da Leonardo da Vinci: lento, ma inesorabile, che alla fine, nonostante il bastione michelangiolesco, farà ruinare la cima del colle e con essa le due basiliche di San Miniato e di San Salvatore e il cimitero delle Porte Sante sul Monte alle Croci!

E non c’è rimedio?” chiese Gagliano sull’abbrivio di tale constatazione;

Solo alla morte non v’è rimedio. –rispose lapidario il gentiluomo e proseguì- Il rimedio è dato da una corretta regimazione dell’acqua piovana e dei ruscelli, da piante che con i loro gagliardi apparati radicali rendano saldo il terreno e da costruzioni che puntellandoli rafforzino i fianchi del colle impedendone lo smottamento; là a sud-est sarà edificata una loggia, fatta anche per tale fine, e proprio laggiù, dove siamo scesi di carrozza noi due, sorgeranno un alto muro di contenimento in conci di travertino chiaro e una scalinata d’accesso…” e Gagliano, ironico:

Sarà come salire in cielo! Altro che Scala Santa a San Giovanni in Laterano! Vista la lunghezza e la forte pendenza della gradinata, ci vorranno le funi del cielo per agevolarne la salita e la discesa!

Ma che vuoi saperne tu di costruzioni!? –rispose stizzito l’architetto- Gli scalini, ampi e comodi da salire, partiranno dal marciapiede del viale tramite due gradinate con direzioni divergenti, ciascuna alla fine del muro di contenimento, e con rampe incrociate e pianerottoli in mosaico l’ampia scala binata monumentale in travertino giungerà agevolmente fino all’accesso delle basiliche e del cimitero! Per le carrozze, invece, si snoderà su su per il Monte alle Croci e tutt’intorno le rampe, una strada, conformata sì da convogliare l’acqua piovana in appositi depositi, collegati a tutta una rete idrica connessa a corsi d’acqua naturali e artificiali.

E l’è un lavoro di nulla! –commentò Gagliano- Allora parte di quell’acqua la finirà anche nel fosso di Gamberaia, dove il mi’ nonno con la rete catturava i gamberi?!

Bravo! Anche quello farà parte della regimazione idrica: lì sarà convogliata l’acqua piovana a levante della collina. Invece a tramontana, per rafforzare il versante del colle, ti farò vedere tra poco cosa ho ideato: “Utilitas venustasque” come il motto dell’Alberti!

Architetto… io…le lingue straniere le mastico il giusto…giusto un po’ di Francese per far scena con gli Inglesi!”(così i fiorentini chiamavano genericamente tutti i viaggiatori d’Oltralpe in visita a Firenze) commentò Gagliano col sorriso luminoso e malandrino, che su certe turiste faceva più breccia del David di Michelangelo!

Detto fatto; solo due fischi e due schiocchi di frusta e lo stretto sentiero s’allargò in una piccola spianata tutta rovi, ma dal panorama mozzafiato, ancor più di quello del sacrato di San Miniato. A settentrione si schiudevano a ventaglio est-ovest la collina di Fiesole e le sue vicine e ai loro piedi Firenze era proprio a portata di mano, chiusa tra le sue mura e le sue porte turrite e sul fondo l’Arno che l’attraversava accarezzandola, da est verso ovest, in un tripudio di ponti: tanti Narcisi che si specchiavano innamorati di sé nell’acqua corrente. E ancora: palazzi, ma anche edifici cadenti fattiscenti, come quelli dell’antico ghetto e del mercato vecchio, e in stridente contrasto con questi la maestà di Santa Maria del Fiore con la sua magnifica cupola l’antichissimo battistero -“Il mio bel Sangiovanni” pensò Gagliano citando Dante- il campanile di Giotto l’austero Palazzo Vecchio e, di là dalla penultima cerchia di mura medievali, a ovest la domenicana Santa Maria Novella e a est la francescana Santa Croce col suo travagliato campanile a bucare il cielo!

Bella davvero; di tanta e tale bellezza non ci si sazia mai!” con un sorriso chiosò l’architetto e di rimando Gagliano:

Bellissima… orgoglioso di respirare tanta grazia fin dalla nascita. –poi aggiunse, critico- Ma questo più che un piazzale, architetto, la mi sembra un’aia!” e di botto l’altro:

Si spianerà il terreno in lieve declivio partendo da quel punto lassù, dove si ergerà la Loggia, che al proprio interno ospiterà i Prigioni e altre sculture di Michelangelo, al cui nome –è deciso- sarà dedicato il piazzale. Dalla parte opposta alla Loggia, a nord, prima dell’erta che scoscende, ci sarà una balaustra in ferro simil-pietra, su cui appoggiarsi per amoreggiare con Firenze, qua e là panchine in pietra serena e lampioni in ghisa per disperdere il buio notturno a mo’ di faro terrestre e, lungo la strada che scorrerà giù ripida con mille volute fino alla porta di San Niccolò, giardini degradanti, impreziositi da rosai e scorci panoramici unici al mondo. Al centro del belvedere, invece, torreggerà una copia in bronzo del David di Michelangelo, che sarà il cuore del cuore del giardino paesaggistico quale realmente è questo viale dei Colli che m’accingo a realizzare.

Da come lo descrive Lei, architetto, già lo vedo, il piazzale Michelangelo! E mi ci trovo dentro col mio Morello e coi turisti in carrozza, a bocca aperta, a chiedermi il nome dei luoghi e la loro storia oppure seduti all’ombra di un platano!…

No, no! –replicò pronto l’altro-  A differenza del viale vero e proprio qui tutto sarà sgombro da alberi per gustare in ogni punto il panorama cittadino e permettere ai visitatori  di spostarsi a proprio agio e ricrearsi serenamente nell’ampio spazio del belvedere, respirando la bellezza che da ogni parte arriva e affina l’animo. Un fatto, tuttavia, va ben considerato: è di metri 54,57 il dislivello tra la balaustra del Piazzale e la soglia della sottostante Porta San Niccolo, mentre la distanza presa orizzontalmente tra le due strutture è di soli 143,03 metri,…” Gagliano, che di salite e discese se ne intendeva, interruppe l’architetto:

Povero David, cadrà giù a ruzzoloni in men che non si dica! L’erta franerà tutta per la pendenza eccessiva e con lei il piazzale!” ma l’altro:

Nossignore, poiché io ho ideato e farò costruire accanto alla torre di San Niccolò un’altra scala binata, con un sistema di rampe ancora più suggestivo efficace e potente di quello di San Miniato al Monte! Queste opere di contenimento, unitamente all’accorta scelta delle piante con radici profonde e gagliarde e alla regimazione delle acque piovane correttamente convogliate dalle curve della strada in discesa, preserveranno tutto ciò che di bello ci sarà di qui a poco in questo luogo.” E allora Gagliano:

Mi avevano detto che un pazzo furioso in città voleva abbattere le mura, sventrare quartieri, violentare e snaturare la nostra Fiorenza con la scusa della nuova capitale; credo, architetto, d’avere quel pazzo proprio davanti a me, ma penso che, piuttosto, i pazzi e ciechi, per ignoranza, siano quelli che la criticano e la vorrebbero mandare o in galera o all’altro mondo. Oppure davvero occorre un briciolo di follia per metter mano in tempi tanto brevi a un’opera di risanamento e rammodernamento urbano così radicale come questa che lei s’appresta a fare. Che Dio gliela mandi buona, architetto…???

Poggi, architetto Giuseppe Poggi, onorato! Proseguiamo per la strada bianca in basso, verso i piedi della collina di Ricorboli; lì nei pressi del ponte di ferro San Niccolò finirà questo mio Viale dei Colli; noi due imboccheremo i lungarni della rive gauche e proseguendo verso ovest-sud/ovest torneremo al punto di partenza.

Ai suoi ordini, architetto Giuseppe Poggi! L’onore della conoscenza è tutto mio. Déh, déh Morello, si ritorna a casa e di qui a poco… ne vedremo delle belle!

di Miriam Ticci

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