
Massimo se lo trova davanti d’un tratto e non può evitarne il saluto.
“Ciao, Massimo; tutto a posto? Tua madre Laura è in salute? E Renato come sta?”
“Mamma e babbo sono in piena forma, grazie. Io normale, come al solito.”
“È un po’ che non passi da me…”
“Ho iniziato a prepararmi per l’ennesimo esame universitario… tutto il tempo sui tomi.”
“Bravo, fai bene… e dopo la laurea… il mio studio legale ti attende!”
“Grazie, vedremo. La saluto.”
“Ciao.”
L’altro prosegue per la propria strada, Massimo si ferma a riflettere e a riprender fiato. Alcuni mesi fa l’incontro sarebbe stato cordiale e prolungato, oggi no. Almeno da parte del ragazzo che pensa:
“Chissà se s’è accorto di qualcosa… Non credo, ma… dietro a quella maschera di avvocato di successo, di uomo esperto, navigato non sai mai cosa ci sia, quali pensieri baluginino, quale vero sentire… ammesso che riesca a provare sentimenti… emozioni… come ogni essere umano normale!… E pensare che prima, solo pochi mesi fa, lo ammiravo tanto!”
Tre mesi fa lo aveva incontrato nello studio legale, dove Massimo aveva il permesso di consultare i testi di giurisprudenza della fornitissima biblioteca dei soci, e si erano affabilmente dilungati su un quesito di Filosofia del Diritto; al momento del comiato l’altro era uscito per andare in tribunale, mentre Massimo si era trattenuto in biblioteca a leggere.
Dalla stanza attigua udiva le voci delle due segretarie in libera conversazione tra loro, certe di non essere udite da anima viva.
“Più cresce e più assomiglia a suo padre… dopo la laurea di certo farà praticantato in questo studio e così babbo e figlio si frequenteranno ogni giorno… poi da cosa nasce cosa…” e l’altra:
“Laura non ne sarà contenta e suo marito Renato men che mai… ma l’avvocato pensa solo a sé… prima si rifiutò di sposarla, dopo averla messa incinta – meno male che c’era Renato pronto a prendersi mamma e bambino! -, ora, non avendo figli propri legittimi, fa di tutto per conquistare il ragazzo e rientrare nella sua vita con la prospettiva allettante dello studio legale ben avviato e compagnia bella!”
Massimo rimase impietrito, il mondo gli crollò addosso…
“Ma, forse, non parlano di me… i nomi una pura coincidenza… la mamma da ragazza era sì una segretaria, ma mai m’ha detto di aver lavorato in questo studio legale.” Silenziosamente Massimo uscì in strada:
“Devo indagare… non posso chiedere ai miei genitori… devo comparare il mio DNA con quelli del babbo e dell’altro… Alberto mi aiuterà… è genetista e per amicizia mi seguirà e interpreterà i dati del test di paternità correttamente… devo parlargli subito!”
Procurarsi i campioni di materiale biologico del babbo Renato e così pure dell’altro fu relativamente semplice … poi l’attesa… interminabile. Alla fine:
“Ciao Massimo, ho qui la busta con i risultati – disse al telefono Alberto – vieni, la apriremo insieme e ti spiegherò”.
I peggiori timori di Massimo vennero confermati… Renato padre putativo… l’avvocato padre naturale.
Ed ecco l’ultimo incontro con “l’altro” (Chiamarlo padre naturale non riesco a farlo… non se lo merita”), incontro freddo disperato.
Dopo questi ultimi eventi per molti giorni il ragazzo s’allontana anche da casa:
“Studio in campagna presso un amico, con cui sto preparando l’esame di Diritto Commerciale… certo che mangerò, mamma… non ti preoccupare, babbo… sono un uomo ormai, mica un pischello… tornerò presto… dato l’esame… certamente!”
Lo studio è la sua medicina, l’amico capisce che qualcosa non va, ma non fa domande; nei momenti di pausa Massimo con lo sguardo naviga nel vuoto e rimugina…
“Perché questo segreto per tutti questi anni? Come ha potuto quell’altro voltare le spalle a mia madre nel momento di maggior bisogno? Di che razza d’uomo sono figlio io? Chi sono io davvero?”
Poi di nuovo sui libri a studiare… studio matto disperatissimo come l’aveva ben definito qualcuno prima di lui.
L’esame è superato con successo e Massimo, dopo il brindisi in famiglia, informa i genitori che si tratterrà ancora qualche giorno in campagna per rilassarsi; si guardano delusi increduli, con un’afflizione che non si esprime a parole.
“Queste sono le chiavi di casa, Massimo – gli dice l’amico – resta pure quanto vuoi, mentre io me ne andrò al mare con la mia ragazza… ci vedremo al mio rientro.”
In quella solitudine il giovane si sente perso:
“Perché questo segreto per tutti questi anni? Come ha potuto quell’altro voltare le spalle a mia madre nel momento di maggior bisogno? Di che razza d’uomo sono figlio io? Chi sono io davvero?” come un chiodo fisso le solite domande… nessuna risposta… il vuoto dappertutto …
D’un tratto uno scampanio un coro tremulo di belati tutt’intorno un biancore di pecore e Flik, il cane pastore, a leccargli una mano. Un fischio acuto prolungato… s’appressa il pastore: mani enormi callose poggiate sul robusto bastone, pelle abbronzata in un accavallarsi di rughe, occhi chiari acuti che brillano, denti candidi aperti in un sorriso;
“Brava Aida! – dice a una pecora dalle mammelle turgide che allatta un agnellino – Così si fa se si sa stare al mondo! Brava Aida!” Poi, rivolto a Massimo, prosegue:
“La Cocciuta dopo il parto ha respinto la sua creatura, ma per fortuna Aida lì nei pressi ha offerto alla neonata il colostro dalle proprie mammelle e ora allatta sia il proprio nato sia l’agnellina della Cocciuta e si ritrova felice con un maschio e una femmina: sono tutti e due figli suoi da leccare sorvegliare proteggere tenendoli vicino a sé: i figli sono di chi li tira su, di chi li fa crescere affettuosamente, di chi li ama giorno dopo giorno: essere genitore è una conquista, un continuo atto d’amore che dura una vita intera, non un diritto di Natura per chi ha vissuto una botta e via!”
Per tutto il giorno Massimo riflette su quanto detto con semplicità dal pastore e più ci pensa più si convince della veridicità di quelle affermazioni.
E le sue domande? Ancora non sa come agirà, se cercherà risposte almeno ad alcuni quesiti oppure no, ma sa per certo chi sono i suoi genitori; finalmente in pace con se stesso e col mondo, si sente più sicuro e consapevole.
La mattina seguente fa le valige e ritorna a casa, da Laura e Renato, da babbo e mamma.
Miriam Ticci

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