La sabbia arroventata e il sole fanno
Apparire l’azzurro d’un gran lago,
Che, se lo miri, hai il cuore pago
E, pur sapendo, non ravvedi inganno,
Poiché più guardi e più sei certo che
Esista ciò che in realtà non c’è.

Questi versi, forse, possono essere meglio capiti leggendo la seguente pagina di diario da me scritto sull’esperienza di viaggio nel Sahara occidentale dell’Egitto il giorno 11/3/2007.
Così ristorati nell’oasi di El-Kharga, riprendiamo la strada a nord-ovest per l’oasi di El-Dakhla. Il fuoristrada prosegue a lungo sul nastro d’asfalto tra due ali di deserto sabbioso, che sembra infinito; Mamdouh, la nostra guida locale e autista, ci spiega in inglese che questo punto del Sahara è chiamato il “Grande Mare di Sabbia”: qui nel 525 a. C. il re persiano Cambise II inviò da Tebe (l’attuale Luxor) 50.000 soldati per distruggere il tempio oracolare di Zeus Ammone nell’oasi di Siwa, distante in linea d’aria circa 700 chilometri, che, però, raddoppiavano percorrendo le piste carovaniere sahariane, tutte sole e sabbia. Quell’esercito –prosegue Mamdouh- non arrivò mai alla meta: tutti quei militari e i loro cavalli morirono in questo Grande Mare di Sabbia, chi per disidratazione, chi per insolazione, chi inghiottito dalle sabbie mobili, chi –e fu la maggior parte- sepolto vivo da una terribile tempesta di sabbia, dovuta al vento detto Khams?n… parola, anzi scritti di Erodoto! L’inquietudine serpeggia tra noi quattro turisti…
A un tratto, giunti sulla cima di un pianoro, laggiù in basso, vicino all’orizzonte, quella che era un’immensa distesa di sabbia sembra divenire ai nostri occhi un baluginio ceruleo di acqua luccicante e la linea ricurva dell’orizzonte tra cielo e terra si fa indistinta sfumata in mille toni tra il biondo e l’azzurro, come se si trattasse di un medesimo corpo camaleontico che cangia colore. Chiediamo di fermarci per ammirare questo spettacolo e scattare delle foto; Mamdouh ci accontenta.
Mio marito Mirello osserva con espressione di pieno compiacimento, poi si dirige a piedi verso alcune alte dune e al ritorno le sue scarpe ed i pantaloni sono incipriati di sabbia impalpabile tra il marrone chiaro e l’oro; lui sorride soddisfatto, dichiarando che all’orizzonte gli par di vedere un lago molto esteso e aggiunge che questo per ora è uno tra i viaggi più belli che egli abbia mai vissuto. Rimontiamo in automobile e inaspettatamente la jeep d’un tratto lascia l’asfalto e cala giù decisa per un’alta duna puntando dritta e sicura nel bel mezzo di quella massa sabbiosa; noi tutti ridiamo eccitati e spavaldi, ma io in cuor mio non posso fare a meno di pensare “E se adesso ci insabbiamo o foriamo? Non faremo mica la fine dell’esercito di Cambise II ?!?!?”.
All’improvviso in lontananza tra il tremolio dell’aria per la sabbia arroventata vedo un mare!!!: un graaandeee golfo azzurro, dove si getta un fiume che scorre ai piedi del monte, e tra quel turchese tremulo un veleggiar di vele; anche gli altri vedono il medesimo mutar del paesaggio e noi quattro turisti all’unisono gridiamo “È un miraggio, un autentico nitido miraggio nel deserto!” Hishiam, il nostro accompagnatore e interprete di tutto il tour, non conosce la parola italiana “miraggio”, allora io dico “La fata Morgana”, “Yes, Morgan, mirage” risponde Mamdouh e indica lo specchio d’acqua luccicante. È la prima volta per noi quattro che vediamo coi nostri occhi un miraggio del deserto e fa una strana impressione davvero, poiché quel golfo e quel fiume, dove mai nessuno s’immergerà, sembrano proprio veri, materiali, concreti. Io scatto una foto: chissà se la fata Morgana si lascerà catturare sulla pellicola della mia piccola automatica.
Ecco qui il risultato!
(da “Strofe Africane” 2007)
Miriam Ticci

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