WEN – CAMBIARE – L’alunno – Miriam Ticci – MITI

Come appaiono diversi i fatti a seconda del punto di vista!

Per la Storia di Firenze il biennio 1953-54 fu quello della lunga vertenza tra le maestranze della Pignone nel quartiere di Rifredi e la Snia Viscosa, l’azienda chimico-tessile proprietaria allora della fonderia fiorentina. La dirigenza voleva diminuire drasticamente il personale, da qui la mobilitazione di tutti i dipendenti e la successiva reazione della proprietà che portò alla chiusura e messa in vendita dell’opificio industriale fiorentino con il licenziamento in tronco dei 1700 addetti alla produzione.

 Si giunse perciò alla proclamazione dello sciopero generale in Firenze e all’occupazione degli impianti della Pignone, che continuarono a soddisfare le commesse in corso, sotto l’autogestione operaia diretta dal sindacato dei Metalmeccanici FIOM CGIL.

Firenze si strinse solidale intorno ai lavoratori di Rifredi e da tutta la Toscana giunsero aiuti per gli scioperanti e le loro famiglie. Anche le istituzioni si mossero: Giorgio La Pira, neosindaco dal 1951, democristiano, e il suo predecessore, Mario Fabiani, comunista, furono d’accordo nel sostenere le tesi dei lavoratori e della Fiom. La Pira fece pressioni su Amintore Fanfani, allora ministro degli Interni, su Giuseppe Pella, presidente del Consiglio, e particolarmente su Enrico Mattei, presidente dell’ENI, affinché quest’ultimo rilevasse “la Pignone”, che sarebbe stata utile nella costruzione dei macchinari per l’estrazione degli idrocarburi.

La trattativa andò in porto: il 5 gennaio 1954 fu fatto l’accordo e “la Pignone” passò all’Eni che prese l’impegno di riassumere 1.100 lavoratori; così nacque “la Nuova Pignone – Industrie Meccaniche e Fonderia Spa”.

Non furono, però, tutte rose e fiori: contravvenendo a quanto concordato con i sindacati, la nuova dirigenza pretese che tutti e 36 i membri del Comitato aziendale del Pci e 600 lavoratori iscritti alla Fiom, aderenti al Pci, al Psi e indipendenti che avevano contribuito in modo determinante alla salvezza della Pignone, fossero licenziati e Firenze… ingoiò il rospo.

Questi gli eventi storici, ma per Mariolino il biennio 1953-54 fu memorabile per tutta un’altra storia: finalmente il primo ottobre 1953 entrò in Prima Elementere Maschile e lì imparò a leggere, scrivere e far di conto, ma soprattutto provò l’ebbrezza del suo primo 10+ e… molto altro ancora!

Il bambino andava volentieri a scuola, amava lo studio e adorava quel pozzo di scienza del suo maestro (Lui sa tutto, gli chiedi questo e ti risponde, gli chiedi quello e ti risponde… lo ascolterei a giornate intere!); imparò a sommare sottrarre e pure le tabelline, ma la gioia più grande fu quando imparò a leggere e soprattutto a scrivere. Sì, scrivere, particolarmente i propri pensieri, lo inebriava; gli pareva che le sue idee e parole s’impreziosissero scritte a lapis e ancor più con l’inchiostro che nero e brillante dal pennino s’imprimeva sul rigo e sul biancor della carta!

Il maestro iniziò a correggere e valutare numericamente tutti i “pensierini” –così si chiamavano i testi scritti dagli allievi- e le correzioni in matita blu erano le più temute, quelle in rosso un po’ meno. Mariolino era al settimo cielo quando il suo testo era intatto, senza segni di alcun colore, e a fondo pagina la matita rossa del maestro aveva vergato un bel 10.

Era circa la fine di maggio 1954 quando il bambino compose un suo pensierino più lungo del solito, che terminava con queste parole: “Ora che il mio babbo ha  ritrovato il lavoro, io sono davvero contento e non ho più quel mal di testa che ogni tanto mi prendeva.”

Il maestro gli disse, accarezzandogli i neri capelli:

“Bravo Mario, hai superato te stesso esprimendo benissimo i tuoi pensieri e sentimenti; il tuo voto te lo sei meritato tutto!” e gli consegnò il quaderno aperto sull’ultima composizione, sotto alla quale in matita rossa spiccava un enorme 10+.

Il bambino non credeva che si potesse superare il dieci e, alla vista di quel “+”, rimase di stucco, col cuore gonfio di gioia.

Tornò a casa volando e, dopo aver mostrato alla nonna il pensierino con il voto ricevuto, le riferì che il signor maestro desiderava parlare con uno dei genitori.

Alcuni giorni dopo la mamma, preso un permesso dal lavoro, dopo essersi ben vestita come quando si recava in chiesa, si presentò al docente che la condusse in direzione. Di fronte al direttore e all’insegnante la mamma chiese con voce esitante dove fosse Mariolino e, accertato che in quel colloquio non era prevista la presenza del bambino, lei espresse il desiderio che anche quest’ultimo assistesse a quest’incontro; fu accontentata.

Il maestro lesse con commozione quanto scritto dall’allievo, di cui tessé le lodi sia sul piano del comportamento sia su quello del profitto, quindi lasciò la parola al Direttore.

“Mi complimento con suo marito e  con lei per come state educando vostro figlio, che -sono sicuro- vi darà grosse soddisfazioni anche in futuro; mi preme, tuttavia, ricordarle come le scelte di voi genitori abbiano provocato un forte disagio nel fanciullo e questo sarà bene evitarlo in futuro.”

Io vidi mia madre alterare impercettibilmente il respiro e abbassare lievemente il viso, poi rialzandolo disse:

“Vi ringrazio, signori, per il lusinghiero giudizio verso Mario, ma non sono d’accordo, signor direttore, con quanto espresso da lei a fine discorso.” E il dirigente:

“Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli…” e la mamma, interrompendolo:

“Considera forse colpa lo sciopero per una giusta causa? Sono mille e cento le famiglie che grazie alla lotta sindacale dei metalmeccanici della Pignone e all’interessamento del sindaco La Pira vedono allontanarsi dalle loro case lo spettro della disoccupazione e della miseria…”; l’uomo le sorrise sarcastico:

“Sì… intanto suo marito cos’ha ottenuto? Il licenziamento!…” e la mamma:

“Sì, come tutte le maestranze che s’erano maggiormente esposte, pur sapendo bene ciò a cui andavano incontro… ma mio marito, come gli altri, sapeva anche di essere un bravo tornitore e avere  competenze, grazie alle quali avrebbe –come di fatto ha- ritrovato presto il lavoro…”

“Intanto vostro figlio –implacabile incalzò il dirigente- ha sofferto di questa situazione…” e la mamma:

“Mario, lo so, ha capito la gravità del momento, ma, benché volentieri avremmo voluto evitargli quest’esperienza, ritengo che essa gli abbia mostrato come anche in casa le difficoltà si affrontano meglio tutti uniti invece che individualmente, divisi l’uno dall’altro… Se lei e quelli come lei credono di fermare i lavoratori col ricatto della famiglia, beh… vi sbagliate di grosso… oltre all’intelligenza mio figlio ha anche un cuore e sa che lottare per il bene comune è più giusto e meno miope che pensare solo a se stessi (“Che gli altri s’arrangino e ognun per sé e Dio per tutti” non è dottrina che ci appartiene!)… lui sa che il desiderio di conoscenza e la cultura sono essenziali, ma uniti alla giustizia sociale, all’unione solidale, al rispetto reciproco e alla libertà di pensiero… o per Lei, signor direttore, si stava meglio… quando si stava peggio?”

“Via signora,… ma cosa dice… che le salta in mente!”

“Finiamola qui, direttore, … lei educhi i suoi figli come meglio crede, mio marito e io faremo lo stesso coi nostri; per noi questi valori sono come l’aria che respiriamo.”

Voi non ci crederete, ma io, Mariolino… un soldo di cacio, capii il messaggio di mia madre e anche il motivo per cui lei aveva voluto che io fossi presente a quel colloquio: fu la migliore lezione di educazione civica a memoria mia. Quei valori civili che ispiravano i miei genitori – amore per la conoscenza e la cultura uniti all’unione solidale, alla giustizia sociale, al rispetto reciproco e alla libertà di pensiero- mi piacquero tanto che da allora ho sempre cercato di praticarli e viverli con la mente e col cuore! Se poi a volte passavo o passo per troppo idealista o ingenuo,… pazienza!

Per questo l’anno scolastico 1953-54 fu per me memorabile.

Miriam Ticci

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