WEN – CARESTIA – Cara Estia – Luigi De Rosa

Cara Estia,
ti scrivo questa lettera sapendo che non la leggerai mai.
Le divinità dell’Antica Grecia non esistono, e quindi neanche tu, antica dea del focolare domestico, non puoi esistere. Ma sei l’unica a cui posso rivolgermi in questo momento.
Da circa un anno la popolazione della Terra ha raggiunto i 10 miliardi di persone. Non sapendo dove metterle, i governi hanno aumentato la cementificazione per costruire altre strade, città e case con il risultato che non vi era più terreno coltivabile per il cibo. Hanno dovuto quindi crearne dell’altro, e per farlo hanno abbattuto le foreste dell’Amazzonia e del Borneo, i due grandi polmoni verdi del pianeta.
A scuola, quando ancora ci andavo, ho studiato che senza polmoni un essere umano non può vivere perché deve respirare l’ossigeno per far funzionare il cuore e il sangue. Insomma, senza aria, siamo morti.
Ma evidentemente i leader mondiali erano privi di questa elementare (ma vitale) nozione scientifica, perché non hanno esitato ad abbattere quegli alberi che ci fornivano l’ossigeno necessario per sopravvivere e che assorbivano quell’anidride carbonica così dannosa per l’ambiente.
Il risultato è che l’aria è diventata irrespirabile, milioni di specie animali si sono estinte provocando il collasso della biodiversità e della catena alimentare. In pratica, quelle stesse nuove terre coltivabili create con il sacrificio degli alberi si sono desertificate. Non solo niente cibo, ma nemmeno aria.
Le persone hanno cominciato a mangiare l’unica creatura non in via d’estinzione del mondo: l’essere umano. Una cosa terribile, ma anche logica.
La gente comune ha cominciato a smettere di uscire di casa temendo di diventare l’antipasto del vicino di casa, ma anche per difendersi dalle temperature estreme. La nostra casa è diventata il nostro universo.
Mio padre ha fatto di necessità virtù: ha scavato in cantina un tunnel dove si procaccia il cibo. Animali che vivono nelle profondità della terra sono la sua cacciagione. Prima o poi scaverà tante di quelle buche e tunnel da far collassare la casa, e a quel punto per noi sarà la fine. Ma che altra scelta abbiamo? Non abbiamo i mezzi per costruirci una serra e coltivare il cibo in qualche stanza. Ho saputo da alcuni amici su WhatsApp, quando ancora funzionava, che loro avevano cominciato a fare così. Mio fratello era uscito per procurarsi attrezzi e semi, ma non è ancora tornato. E ormai sono passate tre settimane. Da allora mio padre ha proibito a me e a mamma di uscire.
Ecco perché scrivo a te Estia. In quanto imprigionata nel mio focolare che però è a che il mio rifugio, ora tu sei la mia dea e mi rivolgo a te perché tu possa vegliare sulla mia famiglia.

Con affetto,
un Anonimo Sopravvissuto

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