«Mamma, è pronto? Ho fame…»
Mio padre scosse la testa. «La parola fame va pronunciata con cognizione di causa. La fame vera tu non te la puoi nemmeno immaginare. E ti auguro di non provarla mai.» Era stato prigioniero, in tempo di guerra. Aveva girato i campi di concentramento dalla Polonia alla Germania. Un “giro turistico” in compagnia di altri soldati italiani, catturati in Grecia dopo l’8 settembre.
«Quando eravamo in quelle baracche piene di spifferi, ed era inverno, niente che vedere con i nostri inverni, la fame era la nostra compagna, la nostra ossessione. Dalla mattina alla sera, un pensiero continuo. Non avevo trent’anni anche se ero già capitano. Lo vedi come mangia tuo fratello? Ecco anch’io ero abituato a mangiare tutta quella roba, buona, me la spazzolavo. E noi, in quelle baracche puzzolenti, ci guardavamo, senza sapere che cosa sarebbe successo, quando sarebbe finita quella guerra schifosa che ci aveva portato via dalla nostra famiglia, dalla nostra terra, senza sapere quando saremmo tornati, se saremmo tornati a casa. Non ci rimaneva altro che distrarci, non pensare e allora si raccontava.» Si interruppe per un sorriso malinconico. «Divorati dai crampi allo stomaco e dal pensiero fisso, che non ci avrebbe abbandonati mai, parlavamo di cucina, ci raccontavamo nei minimi dettagli i piatti di casa, evocando colori, odori, sapori che si materializzavano nei nostri sensi. Venivamo da tutte le regioni d’Italia e ognuno aveva le sue specialità da raccontare.» Scosse la testa. «Sembrerebbe una tortura, invece ci consolavamo così. Ci sfregavamo le mani, ci davamo le pacche sui cappotti ridotti a stracci per scaldarci e il pensiero correva lontano. La mente si difendeva dalla follia e noi arrivavamo anche a riderci su. Ma la fame era sempre lì con noi. Io mi svegliavo di notte con il tormento nello stomaco, nei muscoli, nella testa, e i sogni si alternavano tra le persone care, e il pensiero di quello che avrei mangiato. E allora c’era la lotta per quel poco cibo che ci davano. Brodaglie nelle gavette, sempre troppo poco. In un liquido, difficile da decifrare, galleggiavano pezzetti di lardo, qualche patata, magari anche rancida. Le rape sempre, e poi magari ti toccava un attacco di diarrea. Una volta arrivarono i funghi. Fu un’ovazione! Poi si videro i vermi: c’erano più vermi che funghi. Forse ora sarebbe un piatto ributtante, ma si trangugiò in un silenzio di rabbia. Ci fu anche chi si rifiutò di mangiare: una follia per i più di noi, ma altri ne mangiarono due porzioni.» Alzò lo sguardo. «Si sperava nell’arrivo dei pacchi da casa con vestiti e cibo: ne arrivavano pochi e poi alla fine addirittura niente. È proprio vero che la speranza è l’ultima a morire, ti tiene in vita. Devi sapere che quei figli di buona donna dei nostri carcerieri ci portavano i pezzi di margarina o di lardo interi per tutta la baracca e bisognava dividerseli noi. Che battaglie dietro gli occhi, che rabbia, che rivendicazioni al solo pensiero di poterci scapitare rispetto ai compagni: lo facevano con la perfidia di farci azzannare tra di noi. C’erano alcuni che non riuscivano a dominare quel rovello continuo della mente, più ancora che del corpo. Allora s’era messo in piedi un sistema per dividerci quel poco che ci davano. Io ero quello che faceva le parti: da bravo geometra sapevo dividere in porzioni tutte uguali, anche partendo da pezzi molto irregolari. Fatto, dirai. E no! ora veniva il bello. Ci voleva un’idea per distribuire! Il “chiquestiere”. Era un gioco, molto serio, per essere sicuri che non si facessero differenze. Uno si metteva di spalle al pezzo che avevo diviso in parti uguali, e un secondo uomo, indicava a uno a uno i pezzetti e chiedeva: “a chi questo?”. Quello di spalle diceva un nome e così si distribuiva a tutti, a caso. Certo ci potevano essere degli imbrogli, degli accordi, ma il “chiquestiere” veniva sorteggiato ogni volta. La fame, cara mia, è una cosa seria.»

Sulmona-La Seconda guerra mondiale (1939-1945)-Prigionieri di guerra
di Caterina Perrone

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