WEN – CINEMA – Il cinema – Massimo Acciai Baggiani e Renato Campinoti

La poltrona del cinema mi avvolse come un abbraccio morbido e caldo. Era una giornata piovosa di novembre, piuttosto fredda per la stagione: il temporale mi aveva sorpreso appena uscito dal lavoro e, siccome a casa non mi aspettava nessun impegno, nessun animale da nutrire e nessuna compagna, mi infilai nel cinema, comprai un biglietto per il primo film in programmazione e mi accomodai nella enorme sala quasi vuota. Quell’atmosfera accogliente quasi mi commosse: adoravo le sale cinematografiche e non mi sarebbe dispiaciuto lavorare in una di esse, come maschera o come proiezionista. Mentre fuori gli elementi si scatenavano e il mese dava il peggio di sé, io mi sentivo in qualche modo al sicuro là dentro, come quando ero bambino e i miei genitori mi accompagnavano a vedere il film di Natale della Disney. Una sensazione che tornavo a provare nella sua intensità primitiva.

Mi guardai attorno. Il pubblico si poteva contare sulle dita delle mani: una coppietta di ragazzi, una signora anziana solitaria, un gruppetto di amici di varie età, una mamma con un bambino. Le luci si spensero dopo pochi minuti e iniziarono le pubblicità sullo schermo. Le guardai distrattamente. Infine iniziò la pellicola: una commedia americana di cui non ricordo il titolo, che comunque non ha importanza per questa storia. Tutto appariva normale, perfino banale – se non per quella sensazione di calda protezione di cui parlavo – fino al momento in cui la pellicola si fermò e iniziò a bruciare al centro, come capita a volte quando c’è un guasto tecnico in sala proiezioni. Mi aspettavo che le luci si sarebbero riaccese e già pensavo con fastidio a quando sarei dovuto uscire nella pioggia, dopo essermi fatto rimborsare il biglietto, quando accadde una cosa del tutto inattesa.

Sullo schermo apparvero altre immagini, del tutto slegate dal film che stavano proiettando fino a quel momento. La scena si svolgeva, a quanto pareva, in un ospedale. In primo piano il volto di un dottore e in sottofondo il pianto disperato di un neonato. Il punto di vista sembrava essere proprio quello del neonato, ed era chiaro che stavo assistendo a un parto. Pochi attimi dopo fu inquadrato un altro volto, un volto assolutamente familiare… quello di mia madre!

Era molto giovane, ma non potevo non riconoscerla. Conservavo molte foto di lei, dell’epoca in cui aveva conosciuto mio padre, del loro matrimonio e perfino una in cui mi teneva in collo, io neonato di poche settimane. Ricordavo bene quella foto, e mia madre sull’enorme schermo del cinema indossava gli stessi vestiti. Era pazzesco, avrei voluto gridare ma dalla gola non mi usciva alcun suono, come accade regolarmente nei sogni. Ma quello non era un sogno, per quanto assurdo, a meno che non si trattasse di un sogno lucido, ma in quel caso avrei potuto dirigerlo a piacimento, come un regista, mentre in quella situazione non potevo fare nulla se non osservare passivamente. Avevo anche una gran voglia di alzarmi e fuggire lontano da quell’assurdità, ma qualcosa mi teneva incollato alla poltrona, come una forza invisibile. Non riuscivo neanche a sollevare le mani dai braccioli. Ero immobilizzato, come in un incubo.

Intanto il “film” sullo schermo andava avanti. Il punto di vista adesso era quello di un bambino che muove i primi passi, che tenta di pronunciare le prime parole, che guarda il mondo dal basso. Tutto appariva enorme e minaccioso ai miei occhi adulti. Provavo una sensazione stranissima, mai provata prima, impossibile a descriversi. E non era per nulla piacevole.

Adesso il bambino era cresciuto, il punto di vista si era sollevato dal terreno, doveva avere circa dieci anni. La scena si svolgeva in un giardino di una scuola che conoscevo bene. Ecco i miei compagni coi quali mi riunivo per scrivere poesie nell’intervallo dopo il pranzo alla mensa. Sentivo le loro voci, rivedevo i loro volti e potevo addirittura sentire gli odori portati dalla brezza. Era un’esperienza sensoriale completa.

Il bambino non era più un bambino adesso. Era un ragazzo che stava baciando una ragazza in macchina, in una serata fredda di gennaio che conoscevo bene. Lei si chiamava Sara, eravamo stati amici fino a quel momento, ci eravamo conosciuti alle superiori. Il tempo sembrava accelerare con un senso di vertigine e sgomento. I miei sforzi per liberarmi da quella paralisi erano del tutto inutili, non riuscivo neanche a chiudere gli occhi, come in Arancia meccanica. Sapevo ormai che avrei dovuto guardare tutto lo scorrere della mia vita, in pochi attimi ma con ordine, come si dice avvenga a chi sta per morire. Forse era quella la spiegazione: magari ero disteso sul letto di un ospedale dopo un malore e quella era tutta un’allucinazione. Ma sapevo anche che quella spiegazione razionale era falsa, che tutto quanto trascendeva la ragione o meglio seguiva una ragione tutta sua.

Il ragazzo era ormai un uomo adulto, con la barba e una folta capigliatura, in moto con i capelli al vento, in corsa verso il tramonto. Un attimo dopo era chiuso in un ufficio, davanti a un computer, sommerso da faldoni e pratiche. Poi l’uomo, ossia io in quello stesso pomeriggio, guardava l’orologio al muro, spengeva il computer, si infilava il cappotto e usciva sotto la pioggia battente per entrare in un cinema. Qui il passato e il presente si fondevano in un’unica immagine. Vedevo lo schermo come uno specchio che riflette all’infinito un altro specchio messo davanti al primo. Dalla penombra della fila di poltrone vuote emergevano ombre inquietanti, mostruose, che si stavano avvicinando a me. Solo a quel punto riuscii finalmente a urlare.

Mi alzo in piedi e continuo a urlare: mi sento sconvolto ma euforico per essere finalmente riuscito a rompere la gabbia di cristallo in cui mi sentivo rinchiuso. Guardo davanti a me e, improvvisamente, scopro che tutti gli spettatori in sala, pochi che siano, si sono voltati verso di me e, con voce tonante, mi invitano a stare zitto e a continuare, con loro, a guardare il film che sta entrando nella parte fondamentale della trama, come mi urla uno spettatore. A questo punto mi siedo e con mia grande meraviglia, realizzo che sullo schermo stanno effettivamente scorrendo le immagini del film da cui tutto era cominciato.

Ma dura poco. Non faccio in tempo a provare a gustarmi di nuovo la bella sensazione di essere comunque dentro una sala cinematografica mentre fuori imperversa un mezzo uragano, che la pellicola si blocca di nuovo e comincia, come la prima volta, a sfrigolare. Subito dopo sullo schermo cominciano a focalizzarsi nuove immagini. Mi aspetto di vedermi entrare dentro questa sala e magari sdoppiarmi…ma non succede niente di tutto ciò, almeno nella proiezione cinematografica che ora si sta sempre più mettendo a fuoco e mi restituisce…l’immagine di mia madre, che non è sola, è abbracciata con un uomo che potrebbe essere mio padre. Ma non lo è. Quando si volta la faccia che mi appare è, per me, quella di un perfetto sconosciuto, con cui tuttavia mia madre si bacia. Non resisto allo spettacolo, che non mi pare né possibile, né credibile. Forse un folletto maligno sta imbastendo tutto questo contro di me. “Tanto vale che me ne vada fuori a farmi rinfrescare dalla pioggia”, penso mentre faccio per alzarmi e lasciare quel posto sempre più scomodo. Ma non lascio un bel niente. Un po’ perché sono di nuovo bloccato da qualche forza che mi tiene ancorato alla poltrona, che comincio a detestare, un po’ perché, improvvisamente, sullo sfondo della scena vedo arrivare mio padre mentre la mamma e il signore sconosciuto sono ancora abbracciati e si stanno baciando. A questo punto non oso immaginare quello che potrebbe succedere. O forse lo so fin troppo bene. Mi illudo di scongiurare quella vicenda e mi metto di nuovo a urlare a squarciagola. Ancora una volta me li trovo tutti contro, a chiedermi di farla finita con quegli urli da pazzoide e di guardare piuttosto la commedia americana, che è pure divertente e intanto ha ricominciato a scorrere sullo schermo.

Ma non dura neanche questa volta. Ora la pellicola si infiamma completamente. Mi pare di sentirlo chiaramente il cattivo odore della plastica che sta sfrigolando, mentre si intensifica la fiamma che sta riducendo in cenere la pellicola residua.

Non ho nessuna voglia di stare a vedere ciò che mi costringe a osservare questo stupido giochino in cui sono stato costretto a entrare senza alcun desiderio da parte mia. Eccoci! Ora quello che scorre sullo schermo è ancora mio padre. Non so dove sia di preciso. Vedo solo che sta seduto e guarda davanti a sé. “Cosa guardi papà?”, vorrei urlargli. Ma non mi esce nessun fiato dalla gola. Sento uno strano sentimento di avversione verso quell’uomo che sta seduto in quel banco e sembra guardare nel vuoto. Ma non ce la faccio a parlare. Così sono costretto a guardare quelle scene fino in fondo! Poi, come d’incanto, riesco di nuovo a muovermi. Mentre sullo schermo la commedia americana è alle battute finali e un vecchietto ricchissimo urla ad uno sbalordito Jack Lemmon vestito da donna “Nessuno è perfetto”, facendo partire i titoli di coda, io riesco finalmente ad uscire da quella maledettissima sala e andare incontro, sollevato, alla pioggia battente, che ora mi accoglie come un lavacro dell’anima mia sconvolta.

A casa, dove arrivo di corsa, bagnandomi completamente, vado immediatamente a riprendere in mano quella lettera arrivata poco prima che uscissi.

La lettera è di mio padre e, con le solite scuse rivolte a me e all’anima della mamma, mi dice quanto lo farei felice se andassi a trovarlo in galera.

Prendo una carta e una penna e mi accingo a rispondere alla domanda di mio padre. Forse vorrei andarci a trovarlo quell’uomo.

Ma si può andare a trovare l’assassino della propria madre?

Firenze, 8-11 vendemmiaio ‘33 (29 settembre – 2 ottobre 2024)

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