
Suolo toscano metà del XXI secolo
Marco si era formato alla buona una coscienza politica, ascoltando le prediche del Parroco che in quel paese della montagna pistoiese aveva cercato di arginare le tentazioni isolazioniste spinte fino all’estremo della xenofobia, cercando di riportare in auge lo spirito del cristianesimo delle origini con il suo credo profondamente egualitario.
Don Vincenzo, uomo di modesta cultura, si era fatto assistere da un manipolo di giovani intellettuali, gente del posto, che aveva presto messo le ali formandosi in scuole prestigiose al nord: erano loro a vivacizzare la stagione, al ritorno nelle vacanze estive, imponendosi con iniziative che vertevano su interviste a personaggi di spessore e su un cineforum appunto collegato a temi di educazione civica.
Così la passione per l’arte del cinema era cresciuta in Marco, ben più radicata di quella politica, sebbene egli non avesse mai sviluppato la tecnica della ripesa e, piuttosto, si concentrasse sui soggetti, maturando l’ambizione di scrivere per il grande e piccolo schermo.
Non potendo permettersi di sostenere le spese per l’Università che l’allontanamento dal suolo toscano avrebbe comportato, si era iscritto all’Ateneo fiorentino e stava per laurearsi con una tesi sulla storia del costume per la quale la frequenza alla fondazione Zeffirelli gli era stata di particolare agevolazione. In realtà, l’argomento della tesi per lui non era entusiasmante. Lo aveva scelto poiché lo riteneva politicamente corretto, convinto che così non avrebbe subito pressioni o ostracismi.
Il giovane subiva il fascino delle pellicole neo realiste, aveva un’ammirazione smisurata per Pietro Germi e per Vittorio De Sica, ma sapeva bene che questa scuola non era vista con favore dai manovratori al potere e, nella retorica dominante, veniva tacciata di antipatriottismo o, nel migliore dei casi,di provincialismo.
Invece, nel dedicarsi alla sua opera prima, con cui aveva tentato di elaborare la sceneggiatura tratta dal romanzo“ Il prete bello” di Goffredo Parise, non si era fatto condizionare da ragionamenti di convenienza . Era stato folgorato da quel romanzo che con sagacia corrosiva copriva di ridicolo il fanatico sostegno assicurato al regime fascista dai membri di un condominio vicentino. Essi venivano colti in un esilarante quotidiano, affetti da una miseria e umiliazione sconcertante, oltre che da un patente pauperismo intellettivo.
A Marco piaceva la libertà d’espressione che l’autore si era concesso e la non curanza con cui aveva assistito a suo tempo al clamore che il libro aveva suscitato provocando scandalo tra le schiere ecclesiastiche che ritenevano offensivo per l’abito talare il personaggio del protagonista: quel Don Gastone che nel romanzo si muoveva quasi come una vuota marionetta, dando luogo a una gestualità in cui prevalevano i trucchi di scena, insomma l’immagine sulla sostanza, facendo impazzire di sé le varie zitelle del cortile.
Tuttavia a Marco non sfuggiva che il romanzo di Parise poteva essere apprezzato anche per la vena quasi favolistica e leggera che sosteneva la narrazione e per quell’arco che comportava la mutazione dei personaggi i cui schematici e rigidi confini di pensiero venivano turbati e sbaragliati, messi a confronto con la vitalità del reale e con i suoi peccaminosi inviti
Tanto è vero che sulla copertina della sceneggiatura sotto il titolo campeggiava la dizione, liberamente tratto da “Il prete bello”di Goffredo Parise
Di fatto, nel suo soggetto, la parte preponderante riguardava proprio il traviamento del prete a opera di Fedora, la prostituta veneziana, e il coinvolgimento di Cena e Sergio nel primo furto della loro vita.
In questo rocambolesco mutare degli eventi anche il registro stilistico e narrativo vi si adattava, con riferimenti al realismo fantastico, alla mimica del Burlesque e delle opere punk.
Marco aveva inserito più di una scena che a suo modo di sentire avrebbe funzionato da cassa di risonanza, scene tese a valorizzare l’originalità dell’approccio e che lui si augurava divenissero memorabili una volta realizzate dalla regia.
Per meglio orientare il suo lavoro, Marco aveva meditato le lezioni dei corti di Jean Vigo e riviste con ossessiva ripetizione pellicole come “Zèro de conduite”, oltre ai film di ispirazione zavattiniana di De Sica e di Bunuel.
Con una certa enfasi ripeteva a sé stesso che avrebbe ben potuto sopportare un rifiuto in toto del suo lavoro, ma che non ne avrebbe consentito il taglio se questo si fosse abbattuto su dette scene.
L’ansia divenne tale che, il giorno prima di recarsi a Torino per un appuntamento che gli era astato concesso da un operatore cinematografico di discreta fama, suo conterraneo, in sogno era stato assillato da un suo doppio che si era piegato alla necessità dei tagli.
Marco non era più sicuro del fatto suo e sul binario della stazione, prima di prendere la freccia che lo avrebbe condotto a Torino, lui, laico sfegatato, si ritrovò a sciorinare una preghiera augurandosi che il sogno non avesse carattere premonitore.
Chiara Sardelli

Rispondi