Era lì che passava tutto il suo tempo, quello libero, e quello in cui lavorava da casa. Aveva cambiato la disposizione dei mobili attorno, in modo da avere tutto a portata di lunghezza del braccio sinistro, quello che non usava, perché col destro scriveva, almeno così diceva di fare, cliccava sul telecomando, digitava sulla tastiera del cellulare e ci mangiava. Era diventato un monumento piantato nel mezzo del salone di casa mia. Ammetto di aver pensato di aprire la porta e far pagare un biglietto per ammirare l’opera di Arte Contemporanea “L’uomo su poltrona rossa”. Anche se facevo finta di niente, non lo tolleravo più, questa era la verità.
“Clara mi porteresti una birra?”
“Se ti alzassi tesoro?”
“Devo finire un lavoro urgente”
Così mi dirigevo verso il frigo, trascinandomi dietro le pantofole logore. Ormai i tacchi e gli abiti eleganti erano un ricordo. Se volevo uscire, dovevo farlo da sola o raramente con qualche amica che iniziava a provare pena per il mio colorito pallido. La nostra vita era tutta lì, nel soggiorno, attorno a quella maledetta poltrona rossa.
“Sai credo che dovresti provare a salare meno il cibo”
“Amore potresti cucinare tu”
“Io devo finire un lavoro molto urgente“
Così buttai via il sale e decisi di ordinare cibo da asporto, non uscivo quasi più nemmeno per fare la spesa. Ogni tanto chiamavo le poche amiche a casa, ma a vedere i loro sguardi cominciai a pensare che non li avrei più retti, sarei crollata come un castello di carte al solo pensiero di un alito di vento. Dovevo trovare una soluzione veloce. Avevo pensato che la stoffa della poltrona rossa era altamente infiammabile, ci pensavo ogni notte prima di abbandonarmi a un sonno mai davvero tale. Vedevo fiamme ovunque e lui carbonizzato seduto lì con la mano destra sul telecomando e la sinistra alla ricerca di qualcosa.
“Penso che dovremmo invitare meno persone a casa, sono fastidiose”
“Èvero tesoro, i nostri amici sono molto rumorosi”
“Si, mi distraggono dal mio urgente lavoro”
Fu così che nessuno venne più a trovarci, avevamo un sacco di tempo libero, io ero meno stressata, pulivo casa e non sognavo quasi più il fuoco, ma sognavo sempre e tanto. Il tempo iniziò a passare veloce.
“Ehi suonano al citofono”
“Si arrivo, vado io, tu caro finisci il tuo lavoro urgente”
Scesi i gradini colma di gioia, saltellando come un grillo dopo una scorpacciata. Alla porta i signori mi fecero firmare dei fogli e poi entrarono. La sistemarono lì nel mezzo, accanto a quella rossa. L’avevo scelta di pelle, blu, come l’Oceano.

di Serena Taccagni

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