Rientrò. Vide sua moglie distesa sul divano, ad occhi chiusi, ancora in pigiama. Le si avvicinò sentendo sempre più forte un odore acido e fermo.
Un piede nudo abbandonato sul pavimento, l’altro nascosto da una coperta calata sulla sponda del divano e la bottiglia mezza vuota lì accanto. La raccolse da terra e la poggiò sul tavolino. Il rumore del vetro contro quello del ripiano risuonò nell’aria amplificato dal silenzio grave in cui era immersa la stanza. Ebbe un brivido quasi di ribrezzo. Anche per quel corpo disteso davanti a lui. Lo guardò senza toccarlo, un impasto di ossa, nervi, fluidi, rivestito di pelle chiara. Si avvicinò ancora. Una ciocca di capelli le si era appiccicata sulla guancia disegnando una C, come l’iniziale del suo nome. Si chinò per staccargliela, grattando con l’unghia, cercando di immaginarne la sostanza.
«Dovevo immaginarlo, non avrei dovuto lasciarti sola! Guarda come ti sei ridotta!» disse scuotendo la testa.
Solo un sorriso lento gli rispose.
Lei aprì gli occhi e lo guardò con gli occhi del bambino che sa di aver fatto la cosa sbagliata e cerca perdono.
«Eh, ma così non può continuare. Non sei più in grado di badare a te stessa.»
Nessuna risposta comprensibile, se non un mugolio di animale pestato.
Fece un giro intorno al divano e si guardò intorno. Sul tavolino briciole di pane, il vasetto vuoto di un yogurt e un cucchiaino, riviste sulla poltrona e quelle idiote statuine africane sul mobile a fianco del televisore, comprate in Madagascar nel loro viaggio di nozze. Quanti anni erano passati? Solo quattro, eppure gli sembrava un’eternità. Fece due passi nel corridoio e spinse la porta sul lato sinistro. Era chiusa. Dovette dare un giro di chiave. La cameretta era immersa nel buio totale. Dovette premere l’interruttore per far luce sulla stanza semivuota, occupata solo da una culla di vimini, tappezzata di trine, merletti e un grande fiocco azzurro fra le maglie dei giunchi lungo il bordo. Soffermò lo sguardo sulla greca di orsetti verdi e marroni che circondava le pareti di un azzurro acceso. Ci avevano messo una giornata intera a posizionare quella stupida striscia di carta che non tornava mai diritta. Per non parlare poi della imbiancatura e della verniciatura azzurra della finestra e della porta. Aveva dovuto ripetere più mani. Cristina non gli aveva dato tregua finché il risultato non fosse stato come intendeva lei. Si chiuse alle spalle la porta nauseato dall’odore di vernice che ancora le pareti rilasciavano e ritornò in salotto.
Il piede adesso non ciondolava più, perfettamente allineato all’altro a formare una zeta con le gambe. La coperta era completamente afflosciata sul pavimento.
«E’ già la terza volta in un mese che ti trovo in queste condizioni, mi avevi promesso che non sarebbe più successo, non sei capace di controllarti, non ce la fai, è inutile.»
Lei si mosse, incrociò le braccia, mugolando ancora qualcosa.
Tommaso andò in cucina e aprì il frigorifero. Dette una lunga sorsata dalla bottiglia d’acqua minerale. Le tazzine sporche di caffè del mattino erano nel lavello e sul tavolo c’erano ancora la tazza vuota, il cartone del latte e i biscotti. La lavastoviglie semiaperta diffondeva un odore nauseabondo, forse il pesce che avevano mangiato la sera avanti. Chiuse lo sportello con forza.
Ritornò nel salotto e la trovò seduta.
«Scusami, è l’ultima volta… »
«Non ti credo più! Tu sei malata Cristina, devi ammetterlo, sei malata! Ti sei scolata una bottiglia di cognac, ti rendi conto?»
«No, non tutta.»
«Ma smettila di prendermi per il culo, ma cosa credi di fare, eh? Vuoi morire? Non è così facile come pensi, sai, non si muore così…guardati! Sei tutta sporca di vomito!»
Lei provò ad alzarsi, ma ricadde sul divano come se inciampasse nell’aria.
La afferrò scrollandola. Avvertì la sua pelle scivolare sotto la sua mano compatta e forte. «Lasciami, lasciami stare.»
«Mi fai schifo, non ti posso vedere più in questo stato!»
La tirò a sé con forza e la spinse su per le scale, sorreggendola da dietro, per i fianchi.
Raggiunsero il bagno.
«Avanti spogliati e ficcati in quella vasca!»
Lei ubbidì lenta, togliendosi prima i pantaloni del pigiama, poi le mutande. Lui la osservava e basta. La maglia le si incastrò tra il collo e il braccio. Ci pensò lui a toglierla veloce, con un’unica mossa. Poi la spinse senza tante cerimonie nella vasca. Prese l’erogatore dell’acqua e senza aspettare glielo indirizzò sul viso.
«E’fredda!» strillò.
Dapprima si dimenò come un pesce fuor d’acqua, riprendendo in realtà un po’ di vita, poi si arrese e si abbandonò a lui.
Tommaso insaponò la spugna e cominciò a passargliela sul collo, sulle braccia, sotto le ascelle, sui seni. La strizzò e fece cadere una nuvola di schiuma bianca sul ventre. Com’era flaccido ora quel ventre, a differenza dell’anno prima, quando sul finire della gravidanza, era così teso, che lui aveva quasi paura che si potesse squarciare da un momento all’altro.
Cristina gli prese la spugna di mano, approfittando del suo attimo di indugio. Continuò ad insaponarsi da sola. mentre lui le faceva scendere l’acqua lungo il solco della schiena.
«Ora basta! Alzati!» le disse chiudendo il rubinetto. L’aiutò a uscire dalla vasca e a indossare l’accappatoio.
«Vai in camera e vestiti. Io scendo a preparare qualcosa da mangiare. Ti aspetto giù.»
Lei non rispose.
«Comunque questa storia dobbiamo risolverla una volta per tutte. Così non si può continuare. Devi affidarti a qualcuno, bravo, che sappia curarti. Non è possibile che tu non sappia reagire».
«No, ce la posso fare da sola, non ho bisogno di nessuno… smetto.»
«Non ti credo, tu non smetterai mai di rifugiarti in quella cazzo di bottiglia. Come se fosse lì la soluzione. Ma come si fa, dico io! E dopo che hai bevuto, eh, cosa hai risolto?» e si mise tutte e due le mani sulla testa come se volesse afferrare la risposta.
«Scusami, non succederà più, te lo prometto. Oggi ho visto Patrizia col suo bambino e … E’stato per quello, altrimenti…»
«Ma smettila di trovare sempre scuse! Sei solo un egoista, pensi solo a te stessa e al tuo dolore. Ma cosa credi, che anch’io non stia male per quello che è successo? Era anche mio figlio, cazzo!».
«Tu non puoi capire.»
«Capisci tutto tu» e scese le scale in direzione della cucina mentre il telefono squillava giù nel salotto. Schiacciò il tasto verde nonostante avesse maturato l’intenzione di non rispondere. «Pronto?» disse con voce automatica.
Un attimo di sospensione dall’altra parte e poi, come un fiume in piena senza argini di contenzione, la voce di sua suocera: «Ah Tommaso, già a casa? Uh che sbadata, sono le sette. C’è Cristina? Non ce l’ho fatta a passare da lei oggi, mi si è rotta la caldaia e ho dovuto chiamare l’idraulico, è venuto anche subito, sì ma ho dovuto aspettarlo… però ha risolto il problema, meno male, come facevo sennò senza acqua calda? Allora mi sono detta: esco subito dopo. Ma è salita su Valeria con i suoi soliti problemi e mi ha fatto fare tardi. Domani però mi faccio viva. Ma… mi passi Cristina?»
«È di sopra, sta facendo la doccia.»
«Allora dille che la chiamo dopo… anzi, non importa, tanto ci vediamo domani. Ciao Tommaso.»
Ripose l’apparecchio sulla base, mentre alle sue spalle il rumore caldo e cadenzato delle ciabatte di sua moglie sui gradini di legno si faceva sempre più vicino. La cucina era immersa nell’oscurità, toccata solo dall’illuminazione pubblica della strada provinciale. Alla sua destra la porta d’ingresso. Di uscita. Mosse un passo in quella direzione.
«Ci sono, Tommaso.»
Non era ancora arrivata in cucina che lui aveva già liberato il tavolo e steso una tovaglia pulita sopra.
Tratto da “Qualcosa di molto serio” di Antonella Cipriani

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