«Romy basta, ti prego.»
Marco emerse con fatica dal grande divano. Cercò vigore nel calore del camino, dove ardeva un grosso ceppo di quercia. Lei, ancora distesa e inappagata, borbottava qualcosa d’incomprensibile. Marco attizzò il fuoco, l’aria cominciava a rinfrescarsi. Gocciolante di sudore, aveva tutti i muscoli indolenziti. Lei nuda, sollevò la schiena per sistemarsi i capelli del colore del rame. Una bella donna, con un fisico imponente, più alta di Marco. Anche lui era un bell’uomo, forte anche se magro. I lunghi capelli corvini e i profondi occhi verdi avevano stregato Romy, fin dalla prima volta che l’aveva incontrato, a una fiera agricola a Grosseto.
«Metti altra legna, poi torna qui, amore.»
Quando si rivolgeva a suo marito, Romy usava un tono dolce ma perentorio. Se fosse stata contraddetta, il suo umore sarebbe cambiato. Marco sapeva bene che per un po’ sarebbe stata inavvicinabile. Per non scatenare l’ira della moglie, cercava di opporsi il meno possibile. Nei frequenti scontri, chi ci rimetteva le penne era sempre lui. Non amava subire quelle continue mortificazioni, ecco perché cedeva sempre. Da più di un anno, Marco era in cassa integrazione, si sentiva debole, vulnerabile. Gli pesava sempre più assecondare i capricci e i desideri della moglie, non riusciva a tenerle testa.
«Romy, non ho più voglia.»
«Vai a prendere qualcosa da mangiare, beviti un po’ di vino, poi torna qui.»
«Vado a fare la doccia.»
«Stronzo!»
Marco si rifugiò in bagno. A volte ci restava a lungo, zona franca nella guerra giornaliera con sua moglie. Romy lo scovava anche in quel territorio, profanando la sua intimità. Non c’era rifugio da quella donna che dominava ogni spazio della sua vita. Fece una lunga doccia, molto calda. Quando uscì dalla cabina, lo specchio appannato dal vapore gli restituì un’immagine del corpo sfocata, come perduta nella nebbia. Pensò che quella fosse davvero l’immagine della sua vita: un uomo senza contorni definiti, una personalità evanescente. Con l’asciugamano eliminò la condensa dallo specchio alla ricerca di contorni più definiti del suo volto. Quando apparvero, vide che aveva uno sguardo truce, un sorriso tirato. La sua faccia non era brutta, era lui che si sentiva mediocre. Tornò in sala, lasciò scivolare l’accappatoio su una sedia. Indossò soltanto il pullover che, prima di fare all’amore, aveva gettato sul tappeto. Sentiva il bisogno di bere qualcosa. Avvertì il bruciore della lana grezza sulla pelle, si fermò al buio in mezzo alla cucina, per grattarsi e mettere ordine ai suoi pensieri.
«Marco?» Sua moglie lo chiamò con la voce più squillante ed energica del mondo. «Coprimi, sento freddo!»
Rientrò in salotto, raccolse il piumone giallo che era finito dietro il divano. Con delicatezza, l’adagiò sul corpo di sua moglie, distesa in modo provocante, come fosse la Maja Desnuda. Lo sguardo gli cadde sul seno, grande, di forma perfetta. Romy era la donna più bella che avesse mai incontrato, si rendeva conto che, nonostante tutto, non poteva vivere senza di lei. Lo scosse un desiderio elettrico di baciarla. S’impose di farlo con dolcezza, in quel momento aveva voglia di un po’ di tenerezza. Lei s’inarcò vogliosa, chiuse gli occhi, porse le labbra in un gesto di una sensualità irresistibile. Marco non poté fare a meno di pronunciare una frase che non avrebbe mai voluto dire, in quel momento: «Sei una meravigliosa insaziabile puttana». Lei aprì gli occhi, lo guardò con desiderio, le piaceva quando lui le parlava così, ma si coprì con il piumone. Inspiegabilmente, lo respinse.

«Ho fame e ho sete. Prepara dei panini e porta del vino, quello rosso di mio padre.»
Marco, ancora senza mutande, tornò in cucina. Andava sempre in giro nudo per casa, adesso cominciava a sentirsi a disagio. Tagliò del pane nero e, con l’affettatrice, qualche fetta di prosciutto, del loro podere, un po’ troppo salato per i suoi gusti, gli metteva una gran sete. Sua moglie voleva che tagliasse il prosciutto con il coltello, non era mai stato capace di tagliare a mano fette sottili, come lei desiderava.
«Amore!» urlò Romy dal salotto. «Domani andrò a caccia di cinghiali con mio padre.»
Incipit del racconto omonimo di Paolo Orsini, il cui testo integrale si può trovare nella raccolta di racconti SCINTILLE DI OSCURITA’ di prossima pubblicazione.

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