Alla riunione avevamo fatto tardi. Uscendo mi fermai alla prima osteria incontrata, sperando potesse accogliere ancora clienti.
Consumai un paio di piatti. Era un locale minuscolo, con solo quattro tavoli ed ero il solo avventore, ma del resto era ora di chiusura.
Mentre finivo il mio goulash, la signora che serviva ai tavoli, forse la titolare del

piccolo locale, chiuse le porte esterne e cominciò a riordinare per il giorno dopo. Era una donna bella come possono essere quelle del nord-est. Si muoveva con grazia e leggerezza.
Non parlava una parola d’italiano, ma per l’ordinazione non ci furono problemi. Al momento di pagare mi alzai e ci ritrovammo in piedi nell’angusto locale dove teneva la cassa. Prese a parlarmi nella sua lingua incomprensibile. Cercavo di farle capire a gesti che non capivo nulla, ma lei continuava imperterrita. La sua voce pareva quasi una cantilena ammaliante. Mi stava vicinissima. Si spostò per passare e sentii i suoi capezzoli turgidi contro il mio petto, attraverso i vestiti estivi. Continuava a parlare. Tornò indietro, sforandomi ancora. I nostri visi erano vicinissimi. Non resistetti e le sparai un bacio leggero sul lato della bocca. Sorrise. Un sorriso ampio e luminoso che le disegnò piccole, dolci rughe sul viso. Smise di parlare. La baciai di nuovo. Centrando meglio la bocca. Rispose al bacio, pur continuando a sorridere con gli occhi. Ci abbracciammo. Si scostò e finì di chiudere il locale che aveva già le vetrate chiuse, abbassando il bandone. Mi venne incontro slacciandosi la camicetta. Il suo seno era ancor più bello di come lo avevo immaginato. Facemmo l’amore in terra, tra i tavolini.
La nostra storia andò avanti per alcuni mesi, con lei che mi cullava con quelle sue parole misteriose. Non avevo bisogno di capirle. I nostri corpi si comprendevano senza. Apprendemmo alcune parole l’uno dell’altra e dopo pochi mesi, in una mattina piovosa d’autunno la sposai.

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