
Non si può sfuggire al tempo che passa. Ed eccomi qua: le sudate notturne, l’insonnia, la smemoratezza temporanea come dire “Dove ho la testa”, la stanchezza precoce e alla fine qualche chilo in più. Cosa fare? “Ginnastica”, diceva mia figlia. “Sudo già abbastanza”. Dopo diverse visite da dietiste, ricerche su internet e centinaia di soluzioni trovate per dimagrire, decisi di non far nulla. Non avevo alcuna intenzione di sacrificarmi sull’altare della menopausa.
Un giorno mentre passeggiavo per il centro in uno dei vicoli adiacenti sentii una musica a me familiare. Mi avvicinai alla porta di vetro che si apriva sul vicolo. All’ interno decine di signore con foulard colorati intorno alla vita si muovevano con il ritmo della musica mediorientale. Rimasi a guardarle per qualche minuto. Nel frattempo la loro insegnante si accorse di me e venne ad aprirmi. Mi invitò a mettermi in fila e seguire le altre. Sorpresa da un passato che avevo dimenticato mi misi nell’ultima fila, alzai le mani e cominciai a muovermi in modo abbastanza impacciato. Di quel giorno ricordo soprattutto il male di schiena post ballo. Ma una volta a casa decisi cosa fare di me. Iscrivermi al ballo del ventre di Leila. Una signora iraniana che della sua passione aveva fatto un mestiere in Italia. Quando lo raccontai a mio marito, si stropicciò il naso e mi disse: “Tra tanti balli perché scegliere la danza del ventre? Più semplice non c’è?”. “Già la natura ci condanna, non ti mettere pure te”, gli dissi spazientita. Mi iscrissi e poco tempo dopo con la frequenza del corso persi un paio di chili e i pantaloni e le gonne mi cominciarono a sorridere di nuovo.
Un giorno Leila arrivò agitata ma allo stesso tempo contenta, dicendoci che una sua amica di Firenze, la titolare di ‘Flash Dance’, ci aveva invitato a mettere su uno spettacolo per Natale a teatro.
Non sapevo cosa pensare. Un fatto era muovermi per dimagrire, un fatto era ballare veramente. Ma l’entusiasmo di Leila trascinò tutte noi verso un nuova sfida a cui nessuno aveva pensato. Nel frattempo avevo conosciuto bene il gruppo ed ero in confidenza con tutte loro. Eravamo diverse per età e attitudini ma al ballo eravamo ben assortite. Cominciarono le riunioni per studiare la coreografia e da due volte a settimana passammo a vederci quattro, con tanta stanchezza di noi danzatrici e brontolii dei mariti affamati. “La nostra gara offende la tua pancia? Scriviti a un corso di cucina”, ripetevo a mio marito.
Oltre a studiare la coreografia cominciammo a pensare anche ai costumi per lo spettacolo. Scegliere stoffe, bandane luccicanti, braccialetti e parrucche per chi aveva capelli corti. Tutti questi preparativi ci impegnarono intere settimana e le nostre vite monotone da un giorno all’altro diventarono piene. Leila era la più felice di tutte. Era sui quaranta anni e viveva in Italia da più di dieci. In Iran era insegnante di disegno e gestiva anche una galleria d’arte, che spesso veniva chiusa dai guardiani della moralità con l’accusa di oscenità dei dipinti. Perciò aveva deciso di lasciare tutto e tutti e andare via dal paese. “Non respiravo più”, mi diceva.
“Come ti capisco”.
Le prove continuavano anche in casa. Quando mia figlia veniva a trovarci diceva: “Shall we dance Mom?”. Conosceva tutti i passi e con lo stupore di mio marito e di mio figlio mettevamo su uno spettacolino di tutto rispetto.
Finalmente arrivò il grande giorno. Partimmo da Siena per Firenze tutte eccitate. Alcune di noi addirittura si spostavano ballando. Ci truccammo, ci vestimmo e via. Facevamo tanto rumore con i nostri addobbi che sembravamo il jingle dell’albero di Natale. Lo spettacolo andò più che bene e ci invitarono per altre esibizioni. Dopo qualche mese un impresario tedesco offrì un lavoro permanente a Leila come direttrice artistica di un teatro di Amburgo.
Il saluto con la nostra insegnante fu lungo e triste. Lo scintillio della nostra vita stava per finire. Al suo posto arrivò un’insegnate italiana molto brava, ma Leila aveva il ballo mediorientale nel sangue. Continuai a frequentare il corso, giusto per mantenermi in forma ma la mia connazionale mi mancava. Con lei insieme alla danza avevo condiviso anche un passato comune e ci faceva sentire meno sole. Ma era giusto che lei trovasse la sua strada.
Ancora oggi ogni Natale Leila ritorna in Italia e organizziamo uno spettacolo natalizio e il gruppo di dieci di ‘Leila dance’ si raduna per sentirsi ‘stella per una notte’.
Manna Parsì

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