WEN – DENUNCIARE – La disgrazia – MITI alias Miriam Ticci

Si eleva arcana la foresta, buia sicura per noi scimmie che lì vaghiamo per ogni dove lungo le vie fronzute, servendoci di mani e piedi con le cinque dita ben allineate e la coda prensile.

Si distende, invece, la prateria e coi suoi marosi d’erba s’accavalla al vento: verde profumata con l’arrivo, sempre più raro, delle piogge, polverosa e lutea quando anche il baobab perde la verzura e scheletrico rivolge al cielo la sua preghiera smisurata assetata.  

Impalpabilmente le stagioni mutano e con loro il paesaggio: si ritira la foresta, la prateria si disperge e avanza.

Noi scimmie qui viviamo tra selve e savane, qui da generazioni abbiamo imparato a camminare sulle zampe posteriori per osservare odorare in superficie cosa si muove “a pelo d’erba” ed eludere  l’attacco folgorante dei carnivori sbucati fulminei da quella bruma verde, pronti a sbranarci e cibarsi del nostro cuore ancora palpitante e del fegato fumante, mentre gli animali spazzini aspettano pazienti la sazietà del vincitore per poter poi, a loro volta, goder delle briciole dei nostri miseri resti a terra dissipati. Nella fuga, se la foresta è vicina là corriamo a quattro zampe in cerca della salvezza; se la distanza è soperchia, invece, la vita si affranca con una corsa convulsa su due piedi tra l’erba e un gran salto sul primo albero a tiro, su su pei rami più elevati e gracili. Lì di notte troviamo il nostro bivacco.

 “Guarda, Matiti, il nostro baobab coi suoi fiori dischiusi ai raggi della luna piena e marezzata di cremisi: carnosi bianchi e rossi anch’essi dal pistillo sporgente con gli stami purpurei dintorno a formare un’altra piccola luna rosso screziata e piena! Per tutta quest’unica notte magica della sua breve età baceranno il fiore  le creature notturne e gli spiriti della savana attratti dal suo polline  inebriante. Noi ne godremo i frutti.”

Io sono Kichwa Nyani[1], il capobranco della mia tribù di scimmie, formata dalle femmine e dalla mia progenie, ad eccezione dei figli maschi adulti, che esilio dal gruppo per non aver rivali e risse.

Matiti Makubwa, la femmina dominante, è gravida già da otto lune e sono in ansia per lei, poiché, nonostante l’aiuto di nostra figlia Punda,  appesantita com’è dalla gestazione si nutre con difficoltà, è lenta nei movimenti e potrebbe divenire una facile preda; pavento pure un parto gemellare, raro ma non impossibile tra noi.

 “Disgrazia, Nyani, disgrazia! Matiti ha partorito due femmine e  un maschio: è distrutta!

Tuttavia se la caverà, vero, Punda? Delle giovani madri hanno perso i loro cuccioli e l’aiuteranno ad allattare i tre neonati; allora dove sta la disgrazia? Hanno forse qualche difetto menomazione e, com’è consuetudine,… dovranno essere abbandonati?!?”  

Disgrazia terribile, Nyani! – continua a sincopare Punda – le mani… orrende le mani… mai viste mani così! – e allungando la destra – Le dita non sono tutte allineate: se queste quattro sono puntate al sole che nasce, il ditone guarda al punto sempre all’ombra[2] ed è più corto, come se vi mancasse un ossicino! Disgrazia terribile, Nyani! Un maleficio ha colpito i figli del re… abbandoniamoli nella foresta e il sortilegio se ne andrà con loro! Così è consuetudine fare.”  

Più tardi…

Allora, Matiti, cosa ne pensi?…”  

No, Nyani, noi non seguiremo le usanze barbare e crudeli che si accaniscono sulla diversità… anzi, le casseremo e… nonostante le loro mani sgraziate, i nostri tre figli rimarranno con noi!! Anche tuo padre aveva un qualcosa di simile e, proprio grazie a quel ditone divergente,  nessuno con maggior forza brandiva il nodoso randello; fu così che, sbaragliando gli altri contendenti, diventò Kichwa Nyani per poi, in tarda età, lasciare a te pacificamente il trono.

Nyani rivede suo padre e, alla possente mazza d’ebano saldamente impugnata che s’abbatte sulle ossa dell’antagonista di turno e le  frantuma, si sovrappone un nuovo ricordo…

Il piccolo Nyani uggiola disperato per il dolore acuto che pulsa incessante nella schiena, in un punto per lui irraggiungibile… il padre lo pone prono sulle proprie ginocchia… con sguardo acuto e dita gentili fruga nella folta pelliccia del figlio… soffia delicato in un punto… il dolore è scomparso!!!… La lunga spina di acacia stillante sanie e sangue svetta tra pollice e indice combaciati frontalmente nella mano destra del baba[3] soddisfatto sorridente… il cucciolo Nyani grato gioioso lo tocca sul viso… gli balla sulla pancia…

Il ricordo svanisce ed ecco che Kichwa Nyani s’erge ben piantato sui piedi, batte i pugni sul petto villoso e, al branco alla savana all’universo tutto, grida:

La Natura è la nostra maestra di vita e da sempre la Natura modifica la natura! Noi, come Lei, modificheremo le nostre consuetudini fallaci… Terremo tutti i nostri cuccioli, anche quelli col pollice divergente e… il futuro sarà… nelle loro mani!… Altro che disgrazia!


[1]Kichwa Nyani: in lingua Swahili significa “capo-scimmia”; le altre scimmie chiamano il capo “Nyani” per antonomasia.

[2] Punto sempre all’ombra: Nord. La distanza tra Est e Nord è di 90°. Riguardo alla “disgrazia” si tratta del “pollice opponibile” che, privo della falange intermedia, è più corto delle altre quattro dita, si discosta da queste ultime di circa 90° e, permettendo all’uomo e agli altri primati di toccare frontalmente le rimanenti dita della mano, consente sia la presa di potenza sia quella di precisione.

[3] Baba: in lingua Swahili significa “padre”.

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