WEN – SCELTE – DENUNCIARE – La campanella – Lorenzo Iannelli

Andrea non poteva ripetere quello che non aveva ancora detto.

“Ho detto ripeti” disse, senza che si smuovesse un solo capello del suo chignon.

“Allora ripeto io: quanto fa 5 diviso 2?”

“Il 2 nel 5 ci va…” furono le sue parole, che non sarebbero state seguite da nulla, se non da un insopportabile silenzio che solo la maestra poteva decidere quando interrompere.

Quello che gli allievi della IV B sentivano era terrore: avrebbero ascoltato una volta ancora la stessa storia, avrebbero sentito lo stesso finale, senza poterlo cambiare.

“Togliti gli occhiali”.

Si sentì un rumore duro, seguito da uno più cupo, che rimbombò per l’aula. La lavagna, malgrado l’urto, restò ferma. Anche Andrea.

“Ora mi dici quanto fa 5 diviso 2?”

“Maestra, non si picchiano i bambini”.

Si sentì chiaro, dal banco di fronte alla cattedra, e arrivò come un’onda di fiume in piena. Non era mai accaduto, in tre anni e mezzo, che qualcuno, in quell’aula, avesse parlato senza permesso e che si fosse alzato dalla sua sedia per farlo. La maestra non riuscì a dissimulare il suo stupore, inferiore solo al mio: non potevo credere che a dire quella frase fossi stato io.

Si alzò anche Giulia, anche lei senza chiedere permesso, anche lei con voce leggera e lucente come il trillo di una sveglia, che ti scuote da un sonno agitato e troppo breve.

“Non si picchiano i bambini”.

La maestra era terrorizzata da qualcosa di indistinto, ma di cui era convinta sarebbe stata il bersaglio. Infatti io non ero semplicemente Alessandro De Cicco, 9 anni a maggio. Io ero soprattutto il nipote della Sig.ra Adelaide Improta ispettrice del Ministero, che tutti consideravano terribile. Quella che più di tutti la ammirava era la maestra. Tempo dopo capii che, se sei abituata a terrorizzare, vivi nella certezza che i superiori possano terrorizzare te.

La sospensione del tempo fu interrotta dalla campanella che richiamò tutti alla ricreazione. La maestra disse a me e a Giulia: “Voi due impiegherete bene questi minuti dell’intervallo, e spiegherete ad Andrea come si fanno le divisioni”. Era il suo modo per dare risalto al nostro intervento, dandoci l’incarico di soccorrere l’amico in difficoltà, almeno così ci sembrò di capire…

Ieri la maestra ha compiuto 100 anni. Siamo andati a trovarla io e Giulia; Andrea è rimasto giù accanto al cancello di ingresso.

Abbiamo fatto bene a salire. Abbiamo trascorso del tempo con lei, che ormai ci sente poco, ci vede meno e non cammina più. Bisogna prendersi cura delle persone fragili, vanno sostenute. Non è una colpa essere un adulto inadeguato al mondo dei bambini, lo diventa se non capisci che l’umiliazione data ad un bambino lo può rendere inadeguato al mondo che incontrerà.

Oggi la campanella ha suonato prima, o così mi è sembrato. È che quando sei preso dall’argomento quel suono vibrante ti costringe a rimanere sospeso, con la sensazione che quell’emozione, quella che provavi in quel momento, dopo non sarà più la stessa. Forse sarà anche più bella, ma non sarà quella.

Scorrendo il tema di Antonio Somma, trovo ciò che già sapevo avrei trovato. Non c’è stata una volta che, indipendentemente dalla traccia, immancabile, come gli struffoli a Natale, non ci piazza: “Da grande voglio fare l’eletricista”, con una t sola…

Lo guardo rassegnato. Gli urlo: “Tonì, ma è possibile mai che per trecento volte ti correggo eletricista, e tu me lo riscrivi tale e quale, con una sola t?!”

Mi guarda. Risponde con un sorriso al mio, mentre divide il suo panino con Salvatore. Lo so che da grande sarà un bravo eletricista, anche con una t sola.

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