
In principio c’era mia madre. Amava molto le piante, in particolare i fiori e l’aloe, ma anche i pomodorini, il basilico e la salvia. Le terrazze erano piene di vasi piccoli e grandi, con varie piantine, accudite da mia madre come piccoli figli vegetali. Lei sì che aveva il pollice verde. Finché era viva le piante prosperavano.
Poi mia madre morì, un’estate di qualche anno fa, dopo una lunga malattia.
Per me è stato un grosso trauma, da cui non mi sono mai ripreso del tutto. Prendevo farmaci pesanti che mi facevano dormire fino a mezzogiorno e mi lasciavano intontito fino a sera. Ovviamente non lavoravo, non ero in grado di fare molto. Ho rimosso molti ricordi spiacevoli di quel periodo.
All’inizio continuavo ad innaffiare le piante. Erano una specie di eredità lasciata da mia madre insieme all’appartamento dove vivevo da solo. Era anche un modo per ricordarla, come se parte della sua vita si fosse trasfusa in quella delle piante, che erano pur sempre esseri viventi.
Mia madre, prima di andarsene, si era raccomandata di annaffiare le piante la sera, dopo il tramonto, perché il terreno non “ribollisse” col calore di un’estate che non dava tregua. Il sole era un nemico che mi cuoceva il cervello quando mi trascinavo fuori per fare la spesa, prima di rientrare in casa come uno scarafaggio rientra nei buci delle pareti quando si accendono le luci. Mi sentivo malissimo, ma al tempo stesso come “anestetizzato”. Solo il senso di fame mi spingeva a lasciare il letto disfatto – a causa del caldo dormivo senza lenzuoli, in mutande, e non rifacevo mai il letto – e passavo le giornate pigramente tra la tv e il computer. Non ero più nemmeno in grado di leggere, non riuscivo a concentrarmi.
Il tempo passò e cominciai a star meglio. Il fresco dell’autunno spazzò in parte via quell’indolenza, restituendomi un po’ di vitalità. Fu allora che, paradossalmente, cominciai a trascurare le piante. In estate le innaffiavo tutti i giorni, poi un giorno sì e uno no, poi cominciai a saltare qualche giorno e alla fine smisi del tutto di andare in terrazza. Le lasciai morire lentamente di sete.
La vista delle foglie che si avvizzivano, cambiando forma e colore, e gli steli che marcivano, rinsecchendosi, mi facevano uno strano effetto un po’ morboso. Dovevo distogliere lo sguardo. Qualcosa dentro di me mi spingeva a non occuparmi più di quelle piante. Prima che morissero tutte misi un annuncio su Internet per regalare le sopravvissute. Vennero un paio di donne a prendersele, compresi i vasi, lasciando in terrazza quelle ormai defunte e mummificate. Non avevo né la forza né la volontà di liberarmi di quei cadaveri vegetali, decisi semplicemente di ignorarli.
Una notte all’inizio dell’inverno feci uno strano sogno.
Ero su un mondo sconosciuto, una luna di un qualche pianeta gigante che emergeva dall’orizzonte, in un cielo verdastro. Il verde era il colore dominante, ma non l’unico: c’erano anzi vasti prati color lillà e grandi fiori rossi e arancioni che svettavano da colossali piante al limite di una foresta sconfinata. L’aria era calda e pesante come in una serra e l’odore dei fiori era pungente, inebriante. Camminavo tra l’erba alta, senza una meta precisa, stupito ma non troppo di quell’ambiente primordiale, quando ad un tratto mi sentii toccare sulla spalla. Mi voltai ma non c’era nessuno.
Ripresi il mio cammino. Si sentiva solo il rumore del vento che faceva frusciare gli alberi e l’erba, con alte onde come in un oceano. C’era qualcosa di inquientate. Di nuovo mi sentii toccare e di nuovo, voltandomi, non vidi nessuno. Ero l’unico essere umano su quel pianeta dalla natura rigogliosa.
La terza volta che mi sentii toccare sulla spalla non solo mi voltai, senza ancora vedere nessuno, ma urlai con quanto fiato avevo nei polmoni: “Ma chi sei che mi tocchi e non ti fai vedere?”.
Fu allora che una voce di gran lunga più robusta della mia, si fece sentire; “Non sei un essere gradito su questo pianeta!”
Senti a lungo il rimbombo di quelle parole che mi parvero contribuire ad accelerare l’onda delle alte messi verdi che coprivano ogni spazio libero di quella “luna”. Mi venne una gran voglia di replicare a quel tuono di voce e mi apprestai a farlo, quando… mi svegliai.
Mi resi immediatamente conto che quel sogno non mi aveva lasciato indifferente. Sentii dentro di me una nuova energia e, soprattutto, il bisogno di riscattare l’urlo che proveniva dalle viscere del pianeta verde. Il senso di colpa che mi portavo dietro per aver tradito l’amore di mia madre per le piante, mi tormentava ancora di più e, al tempo stesso, mi sembrava ben misera cosa a fronte della forza del rimprovero che avevo ricevuto come essere umano. Ci doveva essere qualcosa di più grande ed io, ora che avevo superato lo stato di indolenza che mi aveva colpito alla morte di mia madre, ero determinato a scoprirlo.
Mi colpì, in questa personale ricerca, la foto di un orso polare pubblicata da un giornale, che si presentava in condizioni di particolare magrezza. Fui impressionato dalla notizia che parlava di una progressiva scomparsa della calotta glaciale artica, di una conseguente difficoltà degli orsi a procurarsi il cibo e, a cascata, la rottura degli equilibri ambientali che si sarebbero ripercossi sulle stagioni, le zone di siccità ecc. Andando avanti in questa mia ricerca, mi dissi che ci avrebbero pensato i governanti dei paesi più importanti della terra a prendere i provvedimenti necessari. Insomma, se tutto non dipendeva dalla mia trascuratezza verso le piante, il mondo sarebbe stato salvato da chi la sapeva ben più lunga di me.
Questo succedeva nel 2020, pochi mesi dopo la morte di mia madre, ormai più di trenta anni fa. Stanotte, dopo tanto tempo, ho sognato di nuovo mia madre. Mi chiedeva che fine aveva fatto la foresta amazzonica, della cui scomparsa tutti parlavano come dalla causa principale che rendeva sempre meno respirabile l’aria terrestre. Mi chiedeva cosa pensassi della continua crescita della temperatura terrestre e dei mancati provvedimenti per impedire il collasso dell’atmosfera. Mi chiedeva tante altre cose mia madre. In particolare mi chiese perché non risposi, quando ancora tutto non era compromesso come adesso, perché non colsi il monito che mi venne da quel sogno che lei stessa mi aveva inviato (chi altri credevo che fosse a toccarmi sulla spalla per ben tre volte?). Ma io non seppi darle tutte le risposte. Vedevo che chi poteva e ne aveva le risorse si apprestava a fuggire dal nostro disastrato pianeta e io, come tantissimi altri, avevo solo un gran senso di colpa per essermi fidato proprio di loro, di quelli che fuggivano dopo aver lasciato morire l’unico mondo che ci rimaneva.
Firenze, 22 luglio – 3 agosto 2026

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