
Il “bottino”, avvolto in multistrati sicuri di carta stagnola, era al sicuro in un comparto segreto dello zaino. Piero ne poteva sentire il peso delicato, lo spostarsi leggermente nella tasca a ogni oscillazione causata dal movimento del camminare o da deviazioni repentine.
Era felice per il suo acquisto, già provava godimento solo a pensare a quando l’avrebbe scartato una volta arrivato a casa. Ma era anche consapevole che ancora la strada era lunga e cosparsa di ostacoli, il primo era adesso davanti a lui: la metro B di Roma, luogo demoniaco, governato dal caos e dalla puzza di ascelle. Scese le scale mangiucchiate e macchiate da sedimenti risalenti al periodo dell’Impero Romano e si trovò una posizione strategica sulla banchina: spalle al muro, gambe ben piantate, sguardo cattivo QB (quanto basta) e vigile. Vari individui, di madre incerta, gli giravano intorno guardandolo con aria indifferente, i peggiori, i più pericolosi. Piero si spinse ancora di più verso la parete color topo morto per non lasciare nemmeno un millimetro d’aria tra la parte esterna dello zaino e il muro; doveva però anche dosare bene il peso per non recare danno al prezioso pacchetto. Una goccia di sudore gli rigò la fronte, non la terse con le mani per non perdere la concentrazione. Finalmente, dopo un tempo indefinito e non rispettando assolutamente le tabelle orarie, arrivò la metro scrostata debordante disumanità. La porta davanti a lui non si aprì, tutto normale. Piero fece uno scatto alla porta adiacente, ma era partito un pizzico in ritardo, cozzò su una signora anziana, ma coriacea, che per risposta gli rifilò una ombrellata sugli stinchi. Dopo vari rimbalzi sul muro di persone stipate all’ingresso, Piero riuscì ad entrare.
Trattenne il respiro, la poca aria ancora presente sapeva di un misto di capra essiccata e formaggio bavarese andato a male. Cercò inutilmente di conquistare una posizione vantaggiosa, ma l’unico risultato che ottenne fu quello di rimanere in mezzo al vagone tra un palo e le porte. Velocemente si tolse lo zaino dalle spalle per portarlo davanti a sé. L’operazione provocò varie bestemmie negli astanti.
Delle ragazze entrarono in gruppo alla fermata dopo, spingendo e ridendo sguaiatamente. Piero strinse forte a sé lo zaino, erano chiaramente delle borseggiatrici incallite. Una di loro, la più carina, gli fece un sorriso e chiese:
– Mi scusi signore, mi può dire a che fermata dobbiamo scendere per andare a piazza di Spagna?
Mentre Piero formulava una riposta plausibile nella sua mente stanca sentì una lieve pressione sulla pancia. Il tempo di capire cosa stesse succedendo e le porte si aprirono sulla stazione successiva. Le ragazze scesero di corsa senza aspettare la sua risposta; quella era la fermata sbagliata! Piero tastò lo zaino e si accorse di un taglio orizzontale, mise la mano dentro, il pacchetto era sparito! Senti il sangue salirgli alla testa. Fece un balzo felino e uscì mentre le porte si stavano chiudendo. Iniziò a correre battendo tutti i record sui 100 m degli ultimi decenni. Le smargiasse stavano davanti a lui sulla scala mobile. Lo videro avvicinarsi. Una di loro lanciò il pacchetto giù dalle scale, centrando in pieno la vecchietta di prima. Piero frenò la sua corsa e raccolse il pacchetto di carta stagnola, mal ridotto, ma ancora integro. Fece un sospiro di sollievo, mentre il nastro di tutta la sua vita gli scorreva davanti.
Finalmente esausto, ma felice, giunse a casa. Si sedette in cucina e posò il pacchetto sul tavolo. Era pronto, ispirò profondamente per preparare tutti i sensi a quello che stava per accadere. Sfogliò la carta stagnola lentamente, già l’odore inconfondibile riempì le sue narici bramanti. Prese un ovetto e lo mise in bocca. Un esplosione di gusti esotici, dolci, amari, retrogusto di caffè e paesi antichi e… chiuse gli occhi. Mondi colorati viaggiavano tra il palato e la sua mente solleticandogli zone cerebrali sopite da tempo immemorabile. La cioccolata della Lindt valeva sempre qualsiasi costo.
di Adriano Muzzi

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