Enzo sta in piedi in cucina, e scruta la macchina del caffè come fosse il suo peggior nemico.
Con il cucchiaino ritma “La cavalcata delle valchirie” alternata a “Muoio disperato”, a seconda del livello d’impazienza.
Sbuffa.
Le gocce cadono con la lentezza di una flebo nella tazzina.
Un’occhiata all’orologio a muro e scatta.
Basta!
Preme l’interruttore e deglutisce l’estratto amaro così com’è.
«Fatti vedere!» La madre arriva come un uragano e in poche mosse sapienti gli sistema camicia e riccioli ribelli. Una tirata ai lembi della giacca del completo classico, e si ritrova sotto lo sguardo soddisfatto di chi sta contemplando il proprio capolavoro. «Ora sei perfetto. Vai! Se no farai tardi!»
Enzo infila la tracolla della borsa militare, agguanta la valigetta con il prezioso flauto traverso, e caracolla fuori dall’appartamento catapultandosi nella panda azzurra.
Chiudere lo sportello e partire è un tutt’uno.
Da Marlia a Lucca son dieci minuti passando dal Brennero, e l’audizione al teatro è tra un’ora, quindi ha tutto il tempo.
Mentre guida, pensa a dove sia meglio parcheggiare.
Meglio dalle parti di Porta Santa Maria, anche se mi dovrò fare Via Fillungo a piedi.
Intanto la palpebra dell’occhio destro inizia a tremolare.
Ha scelto tre pezzi classici da eseguire, che rientrano tra i cavalli di battaglia di ogni artista, però non gli danno nessun brivido, gli par che sappiano di minestrina riscaldata.
Trova che ci siano tanti bei brani moderni, ma per l’audizione ha preferito andare sul sicuro.
Questi pensieri lo accompagnano durante il tragitto e mentre parcheggia.
Attraversa circonvallazione e bastione, e s’incammina a passo svelto per le strette viuzze medievali.
Mentre avanza fa profondi respiri per calmarsi, e richiama alla mente immagini di nature amene, cui però si sovrappongono diapositive di torrenti impetuosi, come il sangue che gli scorre in quel momento nelle vene.
Il tic alla palpebra peggiora, gli par di avere una saracinesca manovrata da un folle che si abbatte sulla pupilla secondo il suo capriccio.
Non posso presentarmi in questo stato.
Nei pressi dell’anfiteatro blocca il passo, l’orecchio si drizza catturato dall’accenno di una musica soave.
Gira il capo a destra e manca, ma inquadra solo fattorini frettolosi, e inservienti che puliscono tavolini e selciato dai resti di uno sguaiato turismo serale.
La melodia lo attira verso l’arco che dà accesso alla piazza, le gambe già si sono avviate animate di vita propria.
È Romeo e Giulietta di Nino Rota.
Davanti agli occhi appare una scena irreale: una ragazza abbigliata con un candido peplo greco sta suonando magistralmente un’arpa celtica. Sorride, annuisce o aggrotta le sopracciglia, seguendo il fluire delle note, le gote accese e le mani che scorrono appassionate sulle corde, senza bisogno di guardare lo spartito.
Enzo ne rimane estasiato, abbassa le palpebre e lascia che la musica lo rapisca. La piazza si dissolve, dalla mente spariscono le preoccupazioni, l’animo si scioglie, il corpo si disgrega per formare un tutt’uno con l’universo.
Immagini di boschi incantati, castelli fatati, innamorati che celiano su prati fioriti, si alternano ad esplosioni di colore.
Sull’onda delle ultime note lui si trova ad applaudire e ad asciugarsi i bordi umidi degli occhi.
Il campanile suona la mezza e lo riporta alla realtà.
È questo che voglio trasmettere con la musica.
Tira indietro le spalle, alza la testa e si reca determinato all’appuntamento.
Incolonnato assieme agli altri, attende paziente il turno.
Esegue i tre pezzi, ma al termine rimane sul palco.

«Vorrei aggiungere un altro brano.»
L’esaminatore sbadiglia e distrattamente annuisce mentre mormora qualcosa al collega.
Le note del suo riadattamento di Nuovo Cinema Paradiso si diffondono per il teatro, le dita che volano sui tasti del flauto.
Le teste si girano e gli sguardi tornano attenti.
Al termine l’esaminatore annuisce e gli punta il dito contro. «Hai stoffa ragazzo. Presentati domattina dalla segretaria.»
Mentre il cuore fa una capriola nel petto, Enzo abbandona il palco ed esulta. E vai!
di Laura Gronchi

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