
“C’è un deposito millenario di acqua fresca nella mia anima.”
Abdelmajid Benjelloun
Ho letto da qualche parte che i romani, per definire un uomo ignorante sostenevano che – non sa né leggere né nuotare -. Posso dunque affermare di non esserlo, visto che al gusto della lettura unisco la passione per il nuoto.
Dirò di più; amo nuotare, la considero un’intensa esperienza sensoriale capace di generare felicità. Meravigliosa la sensazione di una successione ritmica di suoni, mentre le mani tagliano l’acqua che scorre sotto il corpo. Quando si è in acqua si è senza peso e senza età, in preda a una magia che esprime l’esperienza totalizzante dell’immersione; nuoto, mi bagno, fluisco, mi allargo. Un gioco primordiale praticato in assenza di gravità, che rende gli appassionati dipendenti dall’acqua, segnando una continuità viscerale con il liquido amniotico del ventre materno. Di felicità si tratta sia che si pratichi l’immersione nelle acque salmastre che ci si tuffi dai blocchi della piscina comunale.
Eppure, noi umani non siamo nati per nuotare. Sebbene sentiamo una forte attrazione per l’acqua, tranne coloro che ne sono addirittura terrorizzati, il nuoto è una tecnica che siamo costretti ad acquisire. Costretti…si, nel mio caso il senso di felicità attuale è maturato su una costrizione che affonda le radici nell’humus lontano dei ricordi d’infanzia.
Una mattina di agosto carica di scirocco nel mare calmo del golfo di Follonica. Sul patino, io un bambino molto piccolo, al cospetto di un uomo molto grande di nome Alfeo, cugino di mia madre. È lui che spinge sui remi con vigore, fino a condurre lo scafo al largo oltre la seconda secca. Rammento solo il caldo, l’atmosfera torrida e la totale mancanza di vento. Il rumore della risacca violato da ritmo incessante della vogata.
Quando la barca perde lo slancio l’uomo fa cenno di avvicinarmi. Il gesto si accompagna a una domanda: – Sai nuotare?
Faccio appena in tempo a scuotere la testa, che precipito dal patino, proiettato in acqua dalla sua mano potente. Il liquido mi accoglie e tutto diventa blu, blu scuro. Ricordo, prima di riemergere in un tempo sospeso, le ombre delle bollicine d’aria sulla tenue peluria delle gambe che si riflettono come strane alghe marine. Risalgo annaspando, ma non ho paura, il mare è calmo e setoso e nuotare per stare a galla sembra l’inizio di un’avventura in un altro mondo.
Da allora non ho più smesso di amare l’acqua. Con gradualità ho iniziato a sentirla, a usare braccia e gambe come i pesci le pinne. Ho iniziato a frequentare le piscine per coltivare questo meraviglioso esercizio. No, non sono un campione, ho uno stile discutibile, ma ho imparato ad avvertire la pressione dell’acqua sulle mani per mantenerla nel palmo durante la bracciata senza lasciarla disperdere fra le dita. Questo mi da gioia!
Azione movimento e pensiero si susseguono in modo ineluttabile, mentre avanzo nel liquido. E poi, appena immergo la testa sott’acqua, tutto il rumore del mondo scompare. Avverto solo il suono rilassante del respiro, il ritmo delle bracciate, il fruscio attutito del vicino di corsia che batte le gambe con regolarità. Mentre la mente si svuota, cambia la percezione del tempo e nel fluire costante fiorisce sottile una leggerezza d’animo in tutto simile alla felicità.
di Claudio Maestrini

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