
Cammino per strada con un amico.
“Ormai sono già passati quasi dieci anni dal tuo collocamento a riposo; come va: ti sei riposato abbastanza? -mi domanda con un sorriso ironico- Non ti manca il contatto con gli studenti? Il profumo della cultura?”. Io serioso: “Veramente leggo e scrivo tantissimo e frequento ambienti culturali più di prima; essere in pensione con qualche euro in tasca e la salute fisica e celebrale integra –si fa per dire!- è un’opportunità non da poco, o meglio, io la vivo così. L’insegnamento, il contatto con i giovani sono cose che sempre mi sono piaciute: trasmettere il gusto della curiosità e dell’approfondimento, la voglia di indagare e pensare autonomamente, persino vedere nello studio un mezzo per migliorare le proprie condizioni di vita, ma…una volta girato l’angolo…a stare con la testa rivolta indietro viene il torcicollo o si rischia di cadere in una buca…molto meglio cogliere le nuove occasioni.”
Continuiamo a chiacchierare, quando, dall’alto di un’impalcatura che copre una facciata in ristrutturazione di un palazzo, “Si fermi, professore, scendo subito a salutarla!” e, agile come un cebus capuccinus nella foresta amazzonica, vedo un giovane muratore saltare di asse in asse e infine davanti a me piantarsi soddisfatto e sorridente.
“Professore, si ricorda di me?” ecco la domanda che sempre mi mette in crisi, poiché solo una volta su cento riesco a dare la risposta giusta. Guardo la sua faccia onesta e serena, un guizzo allegro scanzonato nello sguardo e ricordo…
“Altin, Altin, fermati, non mangiare il prosciutto: è maiale e tu sei musulmano. Sei qui a Firenze da poche settimane e queste cose non le puoi sapere. Quello che hai nel piatto è maiale e tu mi hai detto che provieni da Durrës e che voi durazzesi siete in maggioranza musulmani!”
“Professore, – tu mi chiedi con la tua faccia onesta e serena- quale nome è della cosa mangiato prima?” “Tu, Altin, hai mangiato la minestrina, perché?” “Perché ora Altin –e nei tuoi occhi c’è quello stesso guizzo allegro e scanzonato di oggi- manda giù questo buono maiale a fare compagnia a buona minestrina; uomini no, ma Dio capisce tutto! Grazie, professore!”…
E…allora: “Ma tu sei Altin, sei proprio Altin! Più uomo e leggermente irrobustito, ma sei Altin! Come stai, dopo tanto tempo?”, lui mi guarda, soddisfatto d’esser stato riconosciuto: “Lei invece, professore, è rimasto tale e quale a quindici anni fa, solo sui capelli c’è in più una lieve spolverata di grigio; noti come uso le metafore in modo appropriato, adesso, cosa che non avrei fatto se non grazie a chi so io!” “Noto noto…anche modi e tempi verbali appropriati…e mi compiaccio con te e con chi sappiamo. Allora, raccontami, se hai tempo.” “Sono muratore con mio padre nella nostra impresa edile e il lavoro non manca grazie ai vari bunus e al 110%, sono felicemente sposato da sei anni e finalmente da un anno sono padre di una bambina stupenda, tutta il suo babbo, ma col cervello della mamma, che è pure una bella ragazza! Anche i miei suoceri mi vogliono bene…loro italiani io albanese…ma mi hanno accolto come un figlio e tra le nostre famiglie c’è un bel rapporto. Mia moglie svolge un lavoro d’ufficio e come me è interessata alla politica attiva; attualmente è assessore alla Cultura nel paese, dove abitiamo. I problemi ci sono per tutti, ma nell’insieme sono soddisfatto.”
“E tua madre?”, Altin sorride “Professore, la mamma non s’è mai presentata a scuola, ma di lei se ne ricorda ancora, di lei e della sua gentilezza!”; un lieve sorriso increspa le mie labbra a quel ricordo…
“Altin, cos’hai? Sei qui da una settimana e il tuo sguardo è triste come quello di un cane bastonato, perché? Non ti trovi bene da noi in Italia?” “Sì, bene, ma a Durrës mamma fare dolce buono alto morbido piace tanto, qui no: finito cosa che fare alzare dolce, dolce basso secco no buono Altin triste! Mamma non parlare italiano, tanto vergogna no aiuto e, senza cosa che fare alzare dolce, dolce basso secco no buono Altin molto triste! ” Io salgo in cattedra, strappo un foglio e in stampatello scrivo chiaramente “LIEVITO PER DOLCI”; “Altin, questo è per mamma; lei va al negozio e dà il foglio al venditore, poi vediamo”.
Tre giorni dopo Altin entra in classe con un sorriso luminoso da orecchio a orecchio: “Dolce buono buono con lievito italiano, alto alto e “dolce boffice boffice” dice amico fiorentino che mangiato, io imparo bella parola: Italia boffice boffice, io felice. Grazie professore, dice mamma e anche Altin!”…
“Saluta tua madre da parte mia.” “Lo farò volentieri e mia madre ne sarà contenta. Sa, professore, come chiamiamo da allora quel “famoso” dolce? Non più col suo nome albanese, ma “boffice felicità”o semplicemente “il boffice”. “Perché felicità?” “Perché il boffice, quando mamma lo rifece per la prima volta con il lievito italiano, era ottimo e lasciava in bocca il sapore della felicità, che nasce dalle cose buone come il sentirsi ben accolto nella nuova scuola, nella nostra Firenze!” “Ciao, Altin, felicissimo di averti rincontrato!” “Vale lo stesso per me; prof., permette se l’abbraccio?”
di Miriam Ticci

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