WEN – FELICITA’ – Un po’ di felicità – Massimo Acciai Baggiani & Renato Campinoti

In fondo la felicità è nelle piccole cose, considerò Mattia sorseggiando il suo caffè macchiato. Magari sta nel trovare parcheggio per la macchina, o arrivare al bar quando sfornano le briosce ancora calde, o ancora trovare una moneta da un euro per terra. Quel giorno gli erano accadute tutte e tre le cose nel giro di pochi minuti, e se a questo aggiungiamo che si trovava in vacanza in uno dei posti meno noti ma più belli della Toscana – un paesino di pochi abitanti abbarbicato sull’Appennino – la felicità poteva dirsi completa.

In quel preciso momento si trovava seduto al tavolino di un ristorante a quota mille metri. Era una calda giornata d’agosto, ma lassù il vento soffiava fresco. Aveva pranzato bene e adesso si godeva il caffè prima di fare una passeggiata nel bosco. Diede un’ultima occhiata allo smartphone per controllare WhatsApp, quindi lo ripose nella borsa, si alzò e s’immerse nella penombra del bosco di faggi e abeti.

L’uomo camminò per un’oretta buona, sul sentiero del CAI, prima di trovarsi davanti un antico ponte di pietra. Era piuttosto rozzo ma aveva il suo fascino. C’era perfino un cartello, a lato, che spiegava trattarsi di un manufatto medievale che seguiva la via Romea, quella che portava i pellegrini in Vaticano.

Nonostante il fresco, Mattia era sudato e aveva un certo fiatone. L’età cominciava a farsi sentire. Si sedette su una pietra sul ponte e si mise ad ascoltare i rumori del bosco. C’era una gran quiete e l’aria era profumata. Non c’era nessun altro a parte lui, il che era piuttosto strano: di solito quel sentiero era trafficato d’estate. Inspirò a fondo e buttò fuori l’aria lentamente, assaporandola come fosse la brioscia calda divorata a colazione, o una fragranza preziosa. In quel momento non pensava a nulla in particolare, ma ben presto lo assalirono le preoccupazioni che lo attendevano in città al ritorno dalle vacanze. Le lasciò passare, senza intervenire né giudicare, come una nuvola attraversa per qualche minuto il cielo oscurando il sole. Arrivarono pensieri più piacevoli, come la sua ultima lettura: un saggio sulle leggende casentinesi. Quella, lo sapeva bene, era una terra piena di storie fantastiche, di diavoli e animali mitologici, di fate e basilischi, di miracoli e malefici.

Mattia chiuse gli occhi, lasciando che la brezza lo accarezzasse. Forse era davvero quella la felicità più autentica a cui un uomo come lui poteva aspirare. Quando li riaprì per un momento non credette a ciò che aveva davanti, anche se i suoi stessi occhi non lo avrebbero ingannato fino a quel punto. Non era un’allucinazione, non ne aveva mai sofferto, ma era comunque difficile da accettare una simile visione.

Davanti a lui c’era una fanciulla completamente nuda, bellissima, alta non più di dieci centimetri e con un paio d’ali diafane dietro la schiena: una fata, insomma.

La fantastica creatura era in piedi sopra il ponte, a pochi passi da lui che la osservava ancora incredulo. Il suo sguardo era alieno, non aveva nulla di umano. I capelli lunghi e biondi le scendevano sui fianchi e le coprivano in parte la nudità verso cui non provava alcun imbarazzo.

Mattia guardò a lungo, stupito, quella meravigliosa creatura. Anche se, ad ogni battito degli occhi, veniva investito da una emozione capace di scatenare desideri sessuali di cui credeva di non possedere più con tale impeto. Si chiese di cosa poteva trattarsi.

Il Casentino era sempre stato per lui una terra piena di storie e di leggende capaci di stimolare di molto la sua immaginazione. Alcune di queste le ricordava benissimo, a cominciare da quella del Castello di San Niccolò in Strada in Casentino dove, si narrava, solo la presenza di una reliquia di San Nicola aveva permesso ai suoi abitanti di sconfiggere il Diavolo che aveva a lungo impedito la costruzione del Castello sulla pietra da cui fu fatto fuggire, non senza lasciarvi quelle zampate che tuttora sono visibili come le “impronte del diavolo”.

Ma cosa c’entrava questa storia con l’immagine meravigliosa e inquietante della fata che si trovava davanti? A Mattia venne in mente la storia di Matelda, la giovane e bella Castellana che era andata sposa ad un anziano Conte dei Guidi padroni del Castello di Poppi, spesso assente da casa per guerre e affari vari. Così Matelda prese l’abitudine di riempire ogni sera il proprio talamo con un giovane diverso, salvo poi disfarsene gettandolo giù dalla rupe del Castello. Quando i cittadini videro sparire così la migliore gioventù del paese, rinchiusero Matelda nella cosiddetta “torre dei Diavoli” fino alla sua morte per fame. Si dice che il suo spirito si aggiri ancora da quelle parti.

Mattia guardò ancora la sua piccola fata, che non aveva niente delle sembianze, per come la descrivevano gli affabulatori, dell’insaziabile Matelda. Mattia escluse, infine, che quella bellissima fatina c’entrasse niente con la statua di Santa Maria del Sasso a Bibbiena, quella Madonna che, secondo la leggenda, scolpita nel cinquecento dal bravo Andrea di Lazzaro Cavalcanti non volle rimanere nella bella chiesa di Santo Spirito dove l’avevano posta gli abitanti della cittadina casentinese e ritornò sempre al Sasso nella piccola e buia chiesetta vicino alla Cappella dell’Eremita dove si trova tuttora.

Dunque a Mattia non restava che arrendersi all’idea di qualcosa di nuovo e di particolare che stava avvenendo sotto i suoi occhi. La cosa di cui, lasciate da parte le novelle di quella terra, cominciò a rendersi conto fu che ad ogni nuovo sguardo la fatina diventava sempre più grande. Così le si avvicinò e, improvvisamente, si trovò di fronte una bellissima donna delle normali e meravigliose fattezze di una ragazza ventenne. La quale non si limitò più a guardarlo soltanto e a fargli accrescere un desiderio sessuale di tale forza ormai per lui sconosciuto.

Quello che accadde poi, li ai piedi di quello storico ponte, rimase a lungo impresso nella mente e nell’animo di Mattia. La meravigliosa e del tutto per lui sconosciuta esperienza sessuale andò avanti molto a lungo finché… finché Mattia fu scosso da una mano che gli sembrò molto più robusta di quella della fata e da una voce sicuramente maschile che gli stava gridando: «Signore, si alzi! La smetta di rotolarsi in mezzo all’erba e ai sassi… potrebbe farsi male!»

Mattia si svegliò. Sulla Romea era ricominciato il solito traffico di Pellegrini diretti a Roma. Si alzò un po’ imbarazzato e si guardò intorno. Della fatina non c’era traccia. Ma dentro se stesso sentiva un appagamento e una soddisfazione che solo una esperienza realmente vissuta è in grado di dare. Non sapeva se era una nuova leggenda casentinese da raccontare. Certamente era grato a quella fatina per avergli regalato un po’ di felicità.

Corezzo – Sesto Fiorentino, 26 termidoro – 4 fruttidoro ‘31 (13-21 agosto 2023)

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