WEN – FELICITA’ – Piccole vendette di felicità – Adriano Muzzi

“La più grande vendetta è la felicità: niente manda in bestia le persone più che vederti fare una fottuta bella risata.”

(Chuck Palahniuk)

Il mendicante era seduto, accartocciato su sé stesso, con la mano tesa e il basco marrone, ancora semivuoto, appoggiato sul pavimento sporco di segatura e polvere vecchia di anni.

Le persone passavano davanti a lui come modelli in una sfilata di moda, belli e irraggiungibili; il via vai stava aumentando in quel tratto di galleria sotterranea della metropolitana, poiché l’orario di ingresso a lavoro e a scuola si avvicinava.

Jaques sperava in qualche uomo di buona volontà che gli donasse qualche moneta per far colazione. Certo, ormai non si aspettava più niente dalla vita, anzi, si era convinto, per sopravvivere, che fosse lui il “donatore” di felicità. Osservava che le poche persone che lo degnavano di un rapido sguardo e gli lanciavano una moneta nel cappello, assumevano un sorriso soddisfatto, si sentivano bene con la loro coscienza, come se fossero diventate persone migliori. Avevano guadagnato il loro “bonus” di bontà per la giornata o addirittura per la settimana, una medaglia da spillare in bella mostra sul bavero della camicia inamidata.

Pochi lo guardavano negli occhi, ancora meno lo vedevano davvero come una persona, e quasi nessuno gli abbozzava un sorriso.

Ma oggi lui aveva il “potere”. Possedeva informazioni riservate, sapeva delle cose che avrebbe condiviso solo a chi lo avesse omaggiato con una piccola offerta e un sorriso.

Una giovane ragazza, imbavagliata da una sciarpa rossa e un cappellino di lana dello stesso colore, gli sorrise e si chinò per lasciargli un piccolo regalo.

Il mendicante le porse un bigliettino ciancicato che aveva preparato poco prima, quando aveva visto l’incidente acccaduto al droghiere con le buste ripiene di bottiglie d’olio Sul biglietto c’era scritto: “Attenzione al pavimento davanti alla cartoleria, è caduto dell’olio ed è molto scivoloso, passa a largo!”

La ragazza seguì le sue indicazioni e fece un giro più lungo per evitare il tratto pericoloso. Poi si girò verso di lui e gli fece un segno con il pollice rivolto verso l’alto.

Un uomo vestito elegantemente con un completo grigio e un lungo cappotto passò altezzoso davanti a lui. Quando notò il mendicante, fece una mezza smorfia di disgusto, alzando il mento verso il soffitto, ostentando una fierezza figlia di insicurezze mai risolte. Pochi passi dopo, le sue scarpe di pelle, al contatto con la macchia d’olio nascosta ma implacabile, scivolarono come fossero pattini sul ghiaccio e il tizio elegante si schiantò sul pavimento con un botto di tutto rispetto.

Jaques rise di gusto. Finalmente si sentiva felice. Aveva riso di qualcun altro, non come al solito, quando la gente rideva di lui o si prendeva gioco della sua misera situazione.

Era stato un giorno di piccole vendette di felicità.

“Una risata vi seppellirà!” – pensò, e rise ancora, fragorosamente. L’eco della sua risata risuonò tra le pareti cave e fuligginose come la sirena di una nave che finalmente può lasciare il porto che la imprigionava da ormai troppo tempo.

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