
Se tu non avessi tardato al mio battesimo, avrei avuto il tuo stesso nome. Francesco Saverio, mio zio. Non eri più un ragazzo e volevi un figlio, per lei, la tua giovane sposa.
Sono diventata la tua bambina, la tua principessa. Per me, il meglio. Sarei dovuta crescere simile a te, nella testa e nel cuore.
Ti rivedo sulla grande poltrona dello studio. Io accoccolata sulle tue gambe, al sicuro. Ti ascoltavo leggere, parlare per me, nelle lingue che conoscevi. Seguivo il loro suono, erano voci antiche, il più delle volte misteriose e incomprensibili, ma riempivano il nostro spazio insieme. Secondo te tutto sarebbe affiorato dopo, da grande. Le parole sono importanti, danno forma ai pensieri. Tu, questo, lo sapevi bene.
Ero la tua “guagliona”, unica voce dialettale che ti ho mai sentito usare. Il richiamo del cuore.
Eri alto, imponente. Una presenza importante, in ogni luogo e in ogni tempo della tua vita. Un distinto signore di altri tempi, così dicevano di te. Gentile, pacato nel tono della voce e nei modi, ma severo ed esigente. Dovevi giudicare gli altri, il loro operato. Lo facevi con rigore. Interrogavi, ascoltavi, riflettevi a lungo. Solo allora emettevi le tue sentenze. Tanti me lo hanno raccontato, dopo.
A volte avrai commesso errori, ma con me, tu, non hai sbagliato nulla.
Perfino essere un po’malati era bello. Avevi sempre con un dono per me.
Avevo tre anni, correvo nel parco, un garzone in bicicletta mi rovinò addosso. Me la cavai con molte sbucciature, alcuni lividi e tanta paura. Ricordo ancora il tuo spavento. Poi, puntuali, i regali per addolcire la mia convalescenza. Un astuccio pieno di matite, un album da colorare e un libro, quello non mancava mai.
Ogni estate andavamo al mare. La spiaggia però non ti piaceva, sceglievi sempre una casa sul lungomare, così mi guardarvi dal balcone.
Io ero libera e felice. Sentivo il tuo sguardo vigile e tenero su di me.
Con gli altri bambini raccoglievo telline, costruivo castelli, tracciavo ghirigori sulla sabbia, mi ostinavo a trasferire il mare nelle buche, secchiello dopo secchiello.
Poi, il segnale convenuto, un telo da mare sulla ringhiera, ora di pranzo.
Un giorno comparve qualcos’altro, non capivo cosa fosse. Per richiamare la mia attenzione agitavi le mani. Erano grandi, come i tuoi abbracci.
Al mio rientro trovai un sacchetto, dentro, le scarpette con le mezze punte.
Quell’autunno sarei andata a danza. Amavi la musica e io giocavo a ballare per te, ti affidavo i miei passi incerti, le mie piroette. I tuoi desideri diventavano i miei. Forse non era sempre giusto, oggi lo so, ma era bello.
La nostra vita insieme procedeva come una giostra dalla quale non si scendeva mai.
Invece si è fermata.
Avevo sette anni. Eravamo appena arrivati al paese dove eri nato. Pochi giorni dopo la malattia, fulminea. Un mese di agonia.
Lo ripetevi a tutti: – Pensate alla guagliona.
Non sempre si può vivere per il tempo necessario, lo sentivi. Le cose non sono andate come speravi. Troppo presto il mio futuro sarebbe stato solo nelle mie mani di adolescente. Ti ho visto un’ultima volta. Ho perso ogni tua parola.
Hai lasciato tanti libri. Mi leggevi qualsiasi cosa. Quegli autori il più delle volte non significavano niente per me, ma, così, incontravo il tuo universo.
I “Canti di Castelvecchio”, è uno dei pochi volumi che ho ritrovato. Mi insegnavi la meraviglia del mondo attraverso quei versi. C’era la vita nelle tue letture.
Ti seguivo attenta. Provavo un’intima soddisfazione, il nostro tempo era un dono prezioso e io lo sentivo.
Avevamo un patto, dopo averti ascoltato, prendevo le mie fiabe ed ero io a narrare attraverso le immagini. Infilavo collane di parole, mi specchiavo nel tuo sguardo soddisfatto, eri complice di quelle avventure. Ognuna era un viaggio straordinario e lo facevamo insieme, avrei voluto non finisse mai.
Quei personaggi erano incanto e magia.
Mignolina, così piccola da dormire in un guscio di noce.
Bianchina e Rosetta, unite non avevano paura dello gnomo cattivo.
Riccardin dal ciuffo, tanto brutto e sgraziato quanto arguto e intelligente.
Le nostre storie avevano tutte il lieto fine. Non erano come la vita, che spesso non è né giusta, né felice.
Ho ritrovato molte di quelle illustrazioni e, grazie a loro, frammenti dei miei anni con te. Rivederle è stata un’emozione grande.
Guardo una nostra foto. Un vecchio e una bambina di quattro anni.
Le nostre ombre si confondono. La tua mi accoglie, ci sto dentro, protetta. Sorrido.
Adesso capisco, provavo l’intima soddisfazione di chi sa di essere al suo posto. Il mio futuro era nelle tue mani e avrebbe preso la direzione giusta per me.
Non so se sei stato zio, nonno, padre. Sicuramente la mia grande ombra.
Abbiamo avuto poco tempo. Io per seguire il tuo lungo passo di adulto e tu per accompagnare il mio di adolescente.
Oggi, se potessi, ti parlerei di noi due e di ciò che mi è rimasto dentro. Forse così riaprirei lo sguardo sulla mia infanzia.
Ricordare vuol dire riportare al cuore, me lo hai insegnato tu.
di Liliana Masini

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