«Bianca dove sei?» Carmela urlava.
La piccola iniziò a correre per le anguste stanze della casa in cerca di un nascondiglio mentre sedie e sgabelli le cadevano attorno come birilli.
Aprì la porta del bagno e d’impeto la richiuse in fretta. Con le mani dietro la schiena tentò di bloccarla con il suo esile corpo. D’istinto si voltò per ruotare la chiave nella serratura che sentiva premere contro la nuca.
Il respiro le faceva difetto. Il cuore era una farfalla che svolazzava nella gola, che picchiava dentro gli occhi bagnati di pianto.
Con il dorso della mano se li asciugò, tirò su con il naso, se lo stropicciò e rimase immobile, paralizzata dal terrore di essere trovata.
Tese le orecchie al pari della bestiola che ha paura del cacciatore nella giungla. Niente, nessun rumore proveniva al di là di quella porta, solo quello della pioggia e dei tuoni. Temette che la donna fosse fuori ad attenderla in silenzio.
Scettica, Bianca, prese tempo.
Salì su di una sedia e si affacciò alla finestra.
Pulì il vetro con il polsino della manica, lo fece risplendere alla luce dei lampioni. Guardò il selciato lucido di catrame fresco.
Finalmente gli operai hanno finito. Se ne sono andati.
Riflesso nel cristallo c’era il suo volto e quell’aria d’infantile disperazione che squarciava le tenebre più dei fulmini.
Bianca si allontanò dalla finestra per osservarsi allo specchio. Per guardarsi negli occhi, fissarli oltre, arrivare alla mente, al cuore. Arrivare a Dio.
Eccolo, Dio c’é. Tace. Finge di essere morto.
Lo scrutava per avere conferma alla spietata intuizione che s’infliggeva.
Mi ucciderà. Prima o poi mamma mi ucciderà.
Si passava le mani sulla fronte e fra i lisci capelli castani. Si sfiorava il contorno del viso per accertarsi di avere un posto nello spazio. Si osservava i lividi, quelli vecchi e quelli appena inflitti. Poco prima la natica non era blu e non le doleva. Guardò fuori.
In quei palazzi abitavano bimbi con una vita così diversa dalla sua.
«Bianca. Dove sei?» Nuove urlastrapparono la casa al silenzio.
Seguì uno sbattere di porte. La maniglia di quella del bagno saltellava nelle mani della madre. « Apri. Vieni fuori subito, ho detto.»
A passo lento, la piccola uscì dal nascondiglio.
«Cosa ci facevi lì dentro, eh?»
Bianca non rispondeva.
«Ti ho fatto una domanda. Rispondi. Perché ti sei chiusa a chiave?»
La donna continuava a sbraitare.
Bianca taceva. La sua mente si era inceppata.
Smarrita, guardava la madre con occhi vuoti ma riconobbe l’ira che la rinvigoriva e deformava la bocca.
Si rilanciò a scappare. Due falcate, la donna la raggiunse. Bianca cadde prona, le ginocchia della madre sulla schiena.
Carmela le strappò il vestitino. Agguantò le mutandine, gliele tirò giù per conficcarle i denti nelle natiche.
Il dolore era pungente e adesso Bianca urlava a perdifiato.
«L’hai ritrovata la voce, eh? Guai a te se non mi rispondi quando ti faccio una domanda. Guai a te se non parli. Quante volte ancora te lo devo dire? Che cosa ci facevi nel bagno?»
Bianca continuava a tacere. Avrebbe voluto arrendersi, dire qualcosa. Un semplice niente forse bastava ma la mente si era inceppata.
Carmela la prese a schiaffi, sulla faccia, sulla testa mentre la piccola si divincolava e adesso era supina.
Con le mani attorno al collo iniziò a stringere. Stringere.
«Ti ammazzo. Hai capito? Ti ammazzo.»
La piccola roteò gli occhi, gettò la testa di lato a ciondoloni, come fosse una bambola di stracci.
Carmela la liberò.
Bianca cominciò a tossire, a respirare a stento come fosse a un soffio dal trapasso.
Mamma è così contenta di avermi terrorizzata a morte. Io però sono stata brava a liberarmi, sono stata brava a non farmi strozzare.

Dal romanzo “In un cassetto” di Antonietta Toso

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