“La guerra non crea nulla, se non rovine.” (J.R.R. Tolkien)

Atterrammo su quel pianeta silenzioso, dove le città erano solo scheletri di pietra e vetro, e trovammo un archivio che ancora brillava sotto la polvere.
Ogni cosa era immobile, quasi cristallizzata, solo piccole particelle di pulviscolo si agitavano invano nell’aria marcia. L’unica cosa che inviava segnali di vita erano utensili di metallo fluorescenti, resi tali dalle radiazioni che avevano investito profondamente quel mondo.
Quando accendemmo il nucleo dell’archivio, si proiettò davanti a noi una sequenza di figure: uomini che correvano urlando, esplosioni che illuminavano il cielo, macchine di ferro che divoravano il terreno. Soldati?
Ci guardammo scrollando le spalle: era un gioco? Una forma d’arte visiva? Se sì, erano entrambi di cattivo gusto. E poi c’era un’altra cosa: quelle immagini burattinesche ci ricordavano qualcosa, sembravano attivare memorie sopite, nascoste nelle pieghe più profonde della nostra coscienza.
Le sagome cadevano e si rialzavano, colpite da scariche di fuoco, e nessuno di loro sembrava chiedersi il perché: combattevano soltanto, come insetti intrappolati in un rituale antico e privo di scopo. Oggetti volanti, forse primitivi droni, rincorrevano quei poveri soldati come in un sanguinoso gioco di acchiapparella: si nascondevano dietro improbabili ripari, correvano a zig-zag, ma l’epilogo era sempre lo stesso. Esplodevano, e i loro resti venivano sparsi sul terreno brullo. Concime sterile per piante già morte.
Annotammo tutto nei nostri registri, ma con un dubbio crescente: perché mai una specie intelligente avrebbe speso così tanta energia per ridursi in frammenti, senza generare nulla se non cenere e silenzio?
Ancora quegli episodi risvegliavano in noi non solo brividi, ma sensazioni sepolte nell’inconscio. Non riuscivamo a capirne lo scopo. Cosa era successo alle persone di quel pianeta per comportarsi in modo così inconcepibile? La questione meritava indagini più approfondite.
Avevamo sottovalutato quel mondo perché privo di vita, ma non potevamo prevedere che esseri intelligenti lo avessero popolato un tempo.
Catalogammo l’ennesimo pianeta “morto” come ESX3452. L’ennesima speranza di incontrare una razza con cui scambiare idee, tecnologie e cultura era svanita appena eravamo atterrati, quando le sonde avevano segnalato l’aria irrespirabile e le radiazioni sopra ogni livello di sopportazione per esseri viventi non basati su silicio o altri cicli artificiali.
Chiudemmo l’archivio, ma per tutta la rotta di ritorno ci rimase addosso un pensiero disturbante: “se quella follia ci sembrava tanto familiare, forse non era un relitto del passato di quel pianeta, ma un seme che ancora dormiva nelle profondità della nostra stessa specie.”
Una volta tornati sull’astronave madre iniziammo l’analisi di routine dei frammenti e dei campioni raccolti.
I resti umani avevano un DNA molto simile al nostro, ma non del tutto uguale.
Che siano stati i nostri antenati, alcuni dei quali avevano viaggiato nell’universo seminando la propria specie su altri mondi, compreso il nostro? Speravamo di no: non avremmo voluto avere antenati con una storia così assurda.
Oppure esiste una base biologica che si ripete nel cosmo? No, da escludere, viste le nostre scoperte su altri pianeti. Eppure…
Spegnemmo i monitor uno dopo l’altro, come se bastasse il buio per cancellare quell’ipotesi. Ma nell’oscurità delle nostre cabine, ognuno di noi continuava a chiedersi se quella violenza non fosse un destino, ma una possibilità che dormiva ancora nelle pieghe del nostro sangue.
Come per ogni esplorazione, scegliemmo un piccolo frammento di quel mondo da conservare nella nostra biblioteca di oggetti alieni. In questo caso si trattava di uno sferoide composto da pannelli pentagonali ed esagonali, trentadue in tutto, cuciti insieme a formare una sfera.
Su uno di questi esagoni c’era una piccola scritta, per noi ancora indecifrabile:
“Adidas – Mondiali 2026 USA”

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