
Le finestre tremavano a ogni boato, come se la città stessa respirasse a fatica. Era febbraio e a Kharkiv la neve si scioglieva in fretta, trasformandosi in fango grigio mescolato al fumo dei palazzi colpiti. Olena aveva smesso di contare le notti passate nel seminterrato della scuola elementare: lì i bambini giocavano con le torce come se fossero stelle improvvisate, mentre gli adulti cercavano di non mostrare la paura.
Suo marito, Mykola, era rimasto a Mariupol. Non sapeva se fosse vivo. L’ultima chiamata, una voce spezzata tra i rumori di artiglieria, le rimbombava ancora in testa. “Proteggi i bambini, io tornerò.” Poi silenzio, solo statico e poi nulla. Ogni volta che pensava a lui, Olena stringeva più forte la mano della figlia Kateryna, che a otto anni chiedeva solo quando avrebbe rivisto la sua stanza e i suoi quaderni colorati.
Nella stessa città, a pochi isolati di distanza, Viktor, ex professore di storia, sedeva davanti a un termos di tè ormai freddo. Guardava la cartina geografica della regione, con linee rosse e appunti che non servivano più a nessuno. “La storia si ripete sempre,” mormorava, “ma questa volta sono io l’oggetto del capitolo.” Ricordava i suoi studenti ridere all’università, le discussioni su Kiev medievale e la gloria dei cosacchi. Ora uno di quei ragazzi era al fronte, gli aveva scritto una mail prima che internet cadesse. Non sapeva se fosse ancora vivo.
Le sirene interruppero i pensieri di entrambi. La gente corse nel sottopassaggio della stazione. Alcuni portavano sacchetti, altri solo il proprio respiro corto. Una donna anziana stringeva un’icona, un soldato reggeva un gatto nascosto sotto la giacca. Ogni volto era una storia di perdita sospesa.
Intanto a Leopoli, lontano dai bombardamenti più feroci, Iryna, volontaria venticinquenne, caricava scatole di medicinali su un furgone diretto a Dnipro. Non aveva mai visto così tanti nomi cancellati nei registri ospedalieri. “Deceduto” era una parola che imparava a scrivere senza pensarci, ma ogni volta la penna esitava. La notte sognava Odessa, dove era cresciuta: la scalinata del Potëmkin, i caffè sul mare. Ora riceveva messaggi di amici costretti a rifugiarsi nei sotterranei del porto.
La guerra non lasciava scampo. Non solo distruggeva case, scuole, ospedali, ma sradicava la lingua stessa con cui si parlava del futuro. A Kharkiv, Olena raccontava a Kateryna storie inventate per farla addormentare. “Quando tutto finirà,” diceva, “andremo a Kiev, cammineremo lungo il Dnipro, vedremo i ponti illuminati.” La bambina la ascoltava e sorrideva, come se quelle parole fossero vere già adesso.
Fuori, la città continuava a tremare. Nessuno sapeva quando sarebbe arrivata la prossima esplosione. Eppure, in mezzo a quel buio, resisteva un filo invisibile: la speranza che un giorno le strade di Kharkiv, Mariupol, Odessa tornassero a riempirsi di voci e risate. La guerra, con il suo carico di lutti, poteva ridurre i muri in polvere, ma non riusciva a cancellare il desiderio ostinato di vivere.

Rispondi