
Khaled aveva dodici anni. Mentre giocava per strada con due ragazzini della sua età, improvvisamente udì il boato sordo di un’esplosione proveniente da un palazzo. In lontananza si accorse che l’ultimo piano di un edificio era stato sventrato da un bombardamento. Ormai si era così abituato ad udire il rumore delle bombe e delle armi da fuoco e allo stesso modo a vedere ogni giorno innumerevoli morti e feriti che quell’esplosione per lui non aveva un gran significato: forse si era inconsapevolmente costruito una corazza che sembrava proteggerlo dallo sprofondare nell’abisso della disperazione. Solo quando i suoi amici gli fecero notare che il palazzo colpito poteva essere quello dove lui abitava, Khaled venne invaso da un’angoscia che non aveva mai provato prima. Seguito dagli amici si mise a correre all’impazzata verso il fabbricato dilaniato dall’esplosione, constatando che era proprio quello in cui lui abitava con la madre e le due sorelline. Il padre era stato assassinato qualche mese prima, raggiunto da numerosi proiettili mentre aiutava gli anziani genitori a sfollare. Ansimante raggiunse il palazzo per rendersi conto che era proprio il quarto piano, la sua dimora, ad essere stata colpita. Si precipitò per le scale, miracolosamente ancora intatte fino a raggiungere la parte più alta dell’edificio. Subito dopo venne raggiunto dagli amici mentre uno scenario allucinante si apriva davanti ai loro occhi: i corpicini delle due sorelline giacevano a terra completamente carbonizzati mentre la mamma si trovava nella stanza accanto agonizzante ma ancora cosciente, sebbene con una trave di cemento che la immobilizzava e il ventre squarciato da una scheggia. Khaled si avvicinò alla mamma riuscendo con enorme fatica a trattenere gli urti di vomito che lo attanagliavano. Non appena la mamma si rese conto che Khaled le era vicino e stava bene, le sue smorfie di dolore si tramutarono in un pacato sorriso; con il poco fiato che le era rimasto riuscì a pronunciare “Aisha” e “Safiya”, i nomi delle due figlie. Quando Khaled mentendo le disse che erano al sicuro e stavano bene, la mamma si rasserenò e il suo volto, tornato teso per i frequenti spasmi, si distese ancora una volta per lasciare posto a un fievole sorriso seguito da un ultimo sospiro. Solo allora Khaled si rese conto che anche la mamma era morta e che non gli rimaneva più nessun parente vicino. La corazza che fino ad allora lo aveva protetto sembrò disintegrarsi e un pianto a dirotto si impossessò di lui. Iniziarono così i giorni più bui della sua vita. Da solo, senza nessun sostegno, senza acqua e cibo, iniziò a vagare tra le macerie di Gaza; la fame che pativa ogni giorno lo ridussero a una specie di scheletro deambulante. Un giorno, mentre, assieme a una piccola folla si avvicinava ad un centro di distribuzione di cibo, si sentì sparare addosso. Alcune persone riuscirono a fuggire, altre raggiunte dai proiettili stramazzarono al suolo mentre Khaled venne ferito di striscio a un braccio. Alcuni soccorritori lo portarono all’ospedale. Se per le strade di Gaza c’era l’inferno, all’interno dell’ospedale la situazione non era migliore: oltre a sentire grida strazianti di persone operate senza anestetico perché mancante, nel suo reparto vide bambini ai quali la guerra aveva strappato, non solo il proprio futuro e la propria identità, ma anche alcune parti del corpo, così da privarli di una propria autonomia per il resto della loro vita. Khaled fu comunque tra i pochissimi fortunati perché, grazie a un’associazione umanitaria, riuscì ad espatriare in un paese europeo e ad essere affidato a una famiglia che si prese cura di lui. Da allora è passato un anno, oggi Khaled ha tredici anni e di notte è ancora in preda agli incubi vissuti. Sa benissimo che non si potrà mai chiamare guerra quell’ orrendo massacro perpetrato per lunghissimo tempo ai danni di civili innocenti che quasi sempre, come i membri della sua famiglia, non facevano parte dei terroristi di Hamas, ma che speravano solo di poter vivere in pace senza essere ingiustamente privati delle loro terre e delle loro abitazioni per essere poi deportati non si sa dove. Ormai il sonno è passato e la notte è ancora lunga. Gli viene spontaneo domandarsi: perché gli Ebrei stanno comportandosi con i palestinesi come Hitler si comportò con loro e per quale ragione restano impuniti? Come può il mondo intero permettere il genocidio di un’intera popolazione stando a guardare da ben due anni senza fare niente di concreto?

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