WEN – GUERRA – La guerra dentro – Paolo Zanni

Non pensavo di incontrarti oggi. Ma, come spesso accade nella vita, gli incontri più importanti, quelli che ti cambiano lo sguardo sulle cose, arrivano senza preavviso, quasi per caso.

«Mi potresti dare qualcosa?» mi chiese, con un italiano incerto, fuori dalla chiesa. Come sempre in queste occasioni, feci cenno di sì, ma gli spiegai che avrebbe dovuto aspettarmi all’uscita.
Subito replicò, con uno sguardo che non lasciava spazio a interpretazioni: «Ho fame e non ho nulla da mangiare».

La chiesa era quasi deserta, nonostante a breve sarebbe iniziata la messa domenicale. Alcune donne recitavano le solite litanie davanti all’altare. Accesi una candela per quegli uomini e quelle donne coraggiosi, sicuramente più di me, che hanno deciso di non aspettare, di non restare a guardare. Recitai una preghiera per loro, a voce bassa, e poi uscii.

Era lì, con un pacchetto di crackers in mano. Me li porse con la naturalezza di chi condivide qualcosa con un amico. Gli chiesi da dove venisse e dove fosse diretto. Non capii tutto, ma raccolsi frammenti di un viaggio: il Gambia come origine, la Francia come tappa, la Sicilia come meta. Mi mostrò una cicatrice sul ginocchio, non sembrava grave, ma gli chiesi se volesse andare in ospedale. «Non serve», rispose scuotendo la testa.

Gli diedi tutto ciò che avevo con me. Non era molto. Lui mi ringraziò chinandosi, cercando di baciarmi la mano. Lo fermai subito: «Ricordati che siamo uguali. Non ti inginocchiare davanti a nessuno».

Sulla strada verso casa non potevo smettere di piangere. Era tornato quel dolore nuovo, eppure antico, che mi assale ogni volta che mi rendo conto di non poter risolvere i mali del mondo. Quello che faccio non basterà mai a colmare il vuoto di esistenze che scorrono via silenziose, come titoli di coda di un film già visto. Quel dolore si allargava dentro di me, occupando il cuore e i pensieri.

È la battaglia finale che chiunque abbia un cuore combatte ogni giorno: una guerra che sappiamo di non poter vincere. Possiamo solo chiedere tregua, quando la pena diventa insopportabile. Allora, al riparo delle nostre case o nei bar con gli amici, cerchiamo conforto in discorsi leggeri: dove andremo in vacanza, chi vincerà il prossimo scudetto. Sono illusioni di pace, tregue provvisorie che durano fino al risveglio successivo, quando saremo ributtati nella mischia.

Là, il nostro cuore sarà ancora una volta chiamato a scegliere ciò che non può bastare, a domandare l’indicibile, a urlare parole che non hanno voce.

È la guerra che porto dentro. Una guerra senza esercito, guidata solo da comandanti invisibili: l’onore, la giustizia, la libertà, la fraternità. Sono certo che non mi abbandoneranno mai, qualunque cosa accada.

E quando infine sarò sconfitto — perché ho troppi anni per illudermi di un epilogo diverso — i miei comandanti mi condurranno al giudizio finale.
Non avrò colpe da espiare, se non quella di aver ceduto, talvolta, alla tentazione di credere nella vittoria.
Non avrò meriti, se non quello di aver resistito, di aver combattuto la mia battaglia il più a lungo possibile. 

Rispondi