Il terreno era pieno di fango. Il giorno prima aveva diluviato, e l’albero che si ergeva su quel piccolo pezzo di terra sembrava quindi destinato a fiorire grazie a tutta l’acqua che aveva avuto a disposizione.
Ma accadde l’esatto contrario.
L’albero, una quercia rigogliosa nelle ultime stagioni, si consumò come se l’inverno avesse deciso di accelerare i tempi.
Le foglie, destinate a ingiallirsi solo dopo settimane, si consumarono fino a morire.
Tutta l’acqua caduta era stata bevuta, ma non dalle radici della folta quercia, che quindi non era riuscita a nutrirsene per continuare a vivere. Qualcun altro, o per meglio dire, qualcos’altro aveva rubato l’acqua e aveva anche consumato l’albero.
E ora, sazio e cresciuto a sufficienza, era finalmente pronto a uscire.
Un arto uscì dalla terra fangosa rendendola mossa.
Non era una zampa di animale di terra, come lo era la talpa.
Era una mano umana, ma non era una mano adulta, piena di calli, cicatrici, rughe, peluria o unghie rotte. Quella che emergeva dalla terra apparteneva ad una creatura giovane, di pochi anni, eppure non era nemmeno la mano di un bambino, perché invece di essere morbida, delicata e indenne, era squamosa e sulle punte delle dita si trovavano artigli affilati.
Quell’arto non era quindi né umano né animale.
La mano spostò la terra, permettendo anche alla testa di uscire. Una testa deforme, con occhi arancioni, orecchie grosse come ali di pipistrello, naso pronunciato come il sasso di un fiume.
La sua bocca, invece di denti da latte, aveva zanne affilate come lame.
Come un parto, l’essere uscì dal terreno e prese a vivere.
La creatura chiuse immediatamente gli occhi, accecati dalla luce a cui non era abituato, ma dentro di sé sentiva un gigantesco vuoto che andava colmato, e che l’istinto gli diceva dove andare a riempire. Si mise completamente in piedi alzandosi in tutta la sua altezza, la quale non arrivava a quella di una sedia, e s’incamminò.
Lo fece per ore, e continuò anche quando il sole fu tramontato e il buio si diffondesse ovunque a vista d’occhio. Ma alla creatura non importava se fosse giorno o notte, sereno o piovoso. La pioggia gli era stata necessaria quando era ancora nel ventre della terra e necessitava di acqua, ma ormai era una creatura pienamente viva e aveva bisogno di qualcosa di più sostanzioso: carne.
Ma non carne qualsiasi. L’odore di carne di animale l’aveva sentita subito dopo essere venuto al mondo, ma non l’attirava come invece avrebbe fatto con un lupo o una volpe. Le sue viscere bramavano una carne più tenera, eppure anche familiare, come se l’avesse già assaporata nonostante fosse appena nato.
E quando arrivò davanti ad una casa, si accorse che ciò che bramava si trovava al suo interno. Lo chiamava come il saluto di un suo simile.
Gli occhi arancioni, che preferivano l’oscurità alla luce, si accorsero che una finestra era aperta, lasciata sicuramente per permettere all’aria fresca di attenuare il caldo che le mura della casa intrappolavano come in una serra.
La creatura si avvicinò ed entrò nell’abitazione.
Vide due figure che dormivano. Ma quella che le interessava era solo una, quella con il ventre enorme. Al suo interno, l’essere percepiva la presenza della sua preda: un esemplare cucciolo di umano non ancora pienamente formato.
Dalle fauci zannute iniziò a colare saliva. La fame, prima tenuta sotto controllo dalla curiosità di un mondo così diverso dalla buia oscurità della terra in cui era nato, ora era sempre più pressante, sollecitata dalla presenza così vicina della sua preda.
Si avvicinò a quel ventre prominente e gustoso. Con gli artigli scansò l’involucro che copriva il ventre, lasciandolo completamente scoperto, insieme a tutto il corpo della figura che dormiva, che usava quell’involucro per proteggere il suo corpo dalla brezza e dormire.
La creatura aprì le fauci, che si chiusero di scatto affondando nella succosa carne.
Un urlo squarciò il silenzio della notte…..
Greta si svegliò di soprassalto. <Coboldo! Coboldo!>
Helmut, che dormiva beato come un bambino accanto a lei, si svegliò anch’egli con la paura nel cuore. <Tesoro che c’è? Cos’è successo? Stai bene? E il bambino?>
I suoi occhi subito corsero alla pancia della moglie, dove da sei mesi cresceva il bambino che lui e Greta attendevano con tanta gioia. Gioia che si trasformava in inquietudine quando la moglie si svegliava urlando in piena notte.
<Un coboldo era qui nella stanza. Voleva mangiarsi il bambino> disse Greta, afferrandosi il ventre come a proteggerlo e guardandosi intorno pensando di imbattersi negli occhi arancioni del suo Incubo.
Helmut chiuse gli occhi, si portò le mani al viso e poi si lasciò cadere sul cuscino, rilassandosi e facendo uscire dal suo corpo tutta la preoccupazione di poco prima. <Hai solo fatto un brutto sogno tesoro. I coboldi non esistono. E non dovresti leggere cose che riguardano gli aborti in piena gravidanza>
Greta guardò suo marito. La parola aborto, da quando aveva saputo che finalmente lei ed Helmut sarebbero diventati genitori, era diventata un tabù, una parola proibita che nessuno doveva sentire, pronunciare o alludere. Ma per puro caso si era imbattuta nel mito germanico del coboldo per via di suo padre, un minatore che la sera prima a cena aveva raccontato di come lui e i suoi colleghi avevano trovato del cobalto nella miniera in cui lavoravano. Aveva raccontato a lei ed Helmut del motivo per cui si chiamava in quel modo: i minatori del passato ogni volta che lo trovavano lo scambiavano per argento, e quando scoprivano che era di scarso valore accusavano i coboldi di aver scambiato i due minerali per derubarli.
Greta aveva trovato curioso quel simpatico aneddoto, e si era documentata, scoprendo una storia però meno affascinante, specialmente per lei che era incinta. I coboldi erano folletti nati da un bambino abortito seppellito presso un albero. Dopo essersi nutrito come una pianta, l’aborto rinasceva sotto forma di coboldo, la cui vita si fondava sul punire gli umani per la loro “non nascita”, e la punizione più spietata era proprio mangiarsi i bambini che stavano per venire al mondo.
Quelle storie erano entrate in lei e trovato terreno fertile nelle sue ansie da futura neomamma.
Come aveva fatto il marito, chiuse gli occhi e cercò nuovamente di addormentarsi. Aveva ragione lui. Era stato solo un incubo.


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