WEN – INCUBO – La galleria – Carlo Menzinger

Mi trovavo in una lunga galleria. Forse una torre riversa in terra. Camminavo e camminavo, ma più andavo avanti più il tunnel pareva estendersi, come fosse stato un telescopio allungabile che venisse aperto progressivamente. La fine della galleria, poi, sembrava particolarmente piccola, proprio come un’immagine che si osservi attraverso un cannocchiale rovesciato. Mi girai, ma alle mie spalle c’erano solo le tenebre.

Fu allora che, minuscola, mi parve di scorgere una sagoma umana in fondo a quel tubo immenso. La figuretta pareva irrealmente piccola. Prese, però, a camminare verso di me, crescendo di dimensioni in modo esageratamente veloce. Ne distinsi presto i lineamenti, che erano quelli di un piccolo demone, non dissimile da come dovevano apparire certe creature tra quelle della mia indagine sugli incubi. Aveva un volto belluino, orrendo e spaventoso, gambe storte e sbilenche con zampe da capro e una lunga coda di carne viva, che faceva ribrezzo come un intestino fuoriuscito da un cadavere. Quell’essere mi mise addosso un autentico terrore, misto a orrore e disgusto. Accelerò ancora il suo passo, divenuto una corsa, e con un balzo mi fu addosso, facendomi cadere all’indietro.

Questa caduta mi parve lentissima e interminabile ma, alla fine, mi ritrovai disteso sulla schiena, nella semioscurità, con quel mostro seduto sul mio petto e la sensazione di non riuscire a respirare. Aveva occhi lattiginosi che sporgevano in modo disgustoso verso di me. Spalancò la bocca scura, che pareva l’antro di qualche abisso insondabile. La spalancò ancora. E ancora. Oltre l’immaginabile. Sporse in fuori una lingua sottile e appuntita. Come un becco. Un becco. Una testa nera. Occhi neri lucidi. Piume. Un corvo esplose fuori da quelle fauci infernali e schizzò lontano, spalancando le ali e volando in circolo su di me. Il mostro non chiuse quell’abisso. Un nuovo uccello ne emerse e fu proiettato fuori. Poi ne sparò un terzo. E un quarto. Un quinto. Un sesto, un settimo e un ottavo. Lo stormo vorticava sulla mia testa. La galleria si era dissolta o forse si era mutata in cielo. Un cielo basso e opprimente, solcato da nuvole spasmodicamente frettolose di fuggire via.

Mi svegliai, allora, di soprassalto e mi ritrovai in camera, con Elena seduta sul mio petto. La sensazione di panico non era per nulla cessata e continuavo a respirare a fatica. Cercai di farla alzare o spostare, ma sembrava pesare una tonnellata e le mia braccia erano prive di forza. Le chiesi di andarsene. La pregai. La implorai. Piansi. Finalmente mi svegliai davvero. Davvero? Di nuovo? Ero sveglio?

Tratto da “La bambina dei sogni” di Carlo Menzinger di Preussenthal

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