Il sogno c’insegna in modo eccelso la sottigliezza della nostra anima
Nell’insinuarsi tra gli oggetti e
nel trasformarsi allo stesso tempo in ciascuno di essi.
(Schiften – Novalis)
In passato avevo avuto già degli incubi, nell’accezione più generale e moderna del termine. Si era trattato, cioè, di sogni angoscianti o spaventosi da cui in genere mi risvegliavo di soprassalto. Per fortuna non mi capitava spesso di averne. Erano anzi passati molti anni dall’ultimo fatto.
Il sogno, che feci la prima notte che Elena se ne andò, fu proprio un Incubo, nell’accezione antica del termine, e mi ricordò molto da vicino un folletto che aveva frequentato le mie fantasie infantili e che aveva la corposità degli incubi demoniaci medievali.
Nel buio mostruoso della mia camera da bambino c’era un’ombra, più scura della notte, che scivolava lungo l’armadio di rovere, facendone scricchiolare le imposte. Ficcavo la testa sotto le coperte per non vederla, ma la sentivo strusciare sul pavimento con i piccoli piedi dalle scarpe felpate dalla lunga punta. Aveva uno strano cappello simile a quello di Babbo Natale, ma più stretto. Il naso era lungo e aguzzo come un coltello, le gambe sottili e arcuate, le braccia flessuose e forse elastiche, capaci di arrivare ovunque, di insinuarsi in ogni angolo. Mi nascondevo tra le lenzuola che sapevano di pulito e sonno per non vedere quegli occhietti baluginanti, quel ghigno stridente, quello sguardo che ti s’infilava dentro. Non l’avevo mai visto quel folletto, ma sapevo che era così. Lo sentivo dal suo respiro, dal rumore dei suoi passi, dai cigolii della stanza, quasi che quei suoni fossero in grado di disegnarne la sagoma nella mia mente. D’un tratto poi si piazzava sul mio letto, su di me, e di lì non si spostava più. Non avevo più il coraggio di muovermi. Non volevo mi notasse, sebbene, standomi seduto sopra, dovesse aver ben chiaro che io ero lì sotto, rannicchiato nella mia paura. Restavo fermo fino a quando una sonnolenza greve e faticosa non mi trascinava via, nel mondo del sonno senza sogni e, solo allora, mi dimenticavo di quell’essere, scivolando nel vuoto buio della notte.
Ricordandomi di quell’incubo ricorrente, mi venne allora in mente una spiegazione che mi fu data da bambino su cosa fossero gli incubi. Era più una fiaba che una vera spiegazione. Mio padre, seduto nella penombra sul mio lettino accanto a me, mi aveva raccontato che sono dei folletti che la notte entrano nelle camere dei bambini e si mettono a dormire sulla loro pancia. Questo fa fare dei brutti sogni. Per evitare gli incubi, diceva, non bisogna dormire con dei pesi sullo stomaco. Le due cose mi erano state presentate così: fiaba con corredo di suggerimento pratico. Uno dei pochi consigli che mi abbia mai dato mio padre.
Non saprei dire se la creatura dei miei incubi fosse stato generato da questa spiegazione o questa mi avesse aiutato a descrivere quello che già provavo. Penso però che in qualche modo il mio incubo si autoalimentasse di questo racconto.

Tratto da “La bambina dei sogni” di Carlo Menzinger di Preussenthal


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