E’ una splendida giornata di primavera limpida e senza vento.
Il piccolo monomotore sta sorvolando, ad una altezza di circa duecento metri, la piana fra Lucca e Capannori nei pressi dell’aeroporto di Tassignano.
All’interno della carlinga, sei giovanotti, adeguatamente equipaggiati, uno dietro l’altro si stanno agganciando al cavo che li condurrà al portellone da dove si lanceranno.
Il portellone è già aperto e nella carlinga penetra forte il vento causato dallo spostamento d’aria del monomotore.
Per me è primo lancio col paracadute.
Sono l’ultimo della fila e quando arriva il mio turno davanti al portellone aperto guardo in basso.
Tutti i paracadute si sono aperti e vedo i cinque ombrelli dei ragazzi che mi hanno preceduto che ondeggiando diventano sempre più piccoli.
Riesco a scorgere piccolissime, quasi giocattoli, le macchine che, nei due sensi dell’autostrada Firenze-Mare sono state fermate per mettere in sicurezza l’atterraggio dei paracadutisti.
Un maligno ed improvviso colpo di vento potrebbe portare il paracadutista ad atterrare addirittura sul manto stradale con conseguenze facilmente immaginabili.
Ripasso ancora una volta mentalmente le istruzioni ricevute.
Gettarsi nel vuoto e contare fino a dieci nell’attesa che si apra il paracadute.
Infatti se si aprisse prima verrebbe pericolosamente risucchiato dal vuoto d’aria creato dall’aeroplano.
Una volta aperto il paracadute dovrò cercare, per quanto possibile, agendo sulle funi di direzione, di regolarne la discesa in modo da prendere terra nella spianata accanto all’aeroporto di Tassignano.
Nell’impatto col terreno dovrò flettermi sulle gambe in modo da impattare nel modo più elastico possibile per evitare traumi e contraccolpi agli arti inferiori e alla spina dorsale.
Mi assale improvvisamente un tremendo dubbio.
E se il paracadute non s’aprisse?
Si aprirà, si aprirà, si deve aprire.
Se proprio non si aprisse, e faccio gli scongiuri, c’è sempre il paracadute di emergenza che azionerò con la leva, che ho a sinistra sulla cintura.
Ma, mi rassicuro, tutti gli altri paracadute si sono aperti perché il mio non si dovrebbe aprire?
Mi lancio e mentre precipito conto mentalmente fino a dieci assaporando l’ebbrezza del volo in caduta libera.
Ma, dannazione, il paracadute non si apre davvero!
Sto precipitando ad una velocità sempre maggiore.
Afferro la leva del paracadute d’emergenza, …mi rimane la leva in mano!!!
Sto precipitando e, come un flash, mi passano davanti agli occhi tanti episodi della mia vita.
“Mamma, mamma aiuto, aiutooo !!!”
Mi sfracellerò, mi sfracellerò “Mamma, mammaaa !!!”
La terra si avvicinaaa !
Un gran botto!
“Ma che urli, che ti succede?” mi grida mia moglie svegliatasi di soprassalto.
Mi sveglio: sono caduto dal letto!
Il tappetino scendiletto ha attutito la mia caduta ma mi ci vuole un po’ di tempo per riordinare le idee.
Non mi sono lanciato con il paracadute, è stato uno spaventoso, onirico e terribile incubo!
Anche se mi sento un po’ ammaccato con un sospiro di sollievo mi tiro su.
“Sognavo di lanciarmi con il paracadute “spiego a mia moglie “E il paracadute non si apriva!”
“Tu lanciarti col paracadute? ‘” ribatte lei “Se quando ti affacci al terrazzo al quinto piano e guardi in basso già ti vengono le vertigini!”
È stato un sogno, un incubo, e pensare che non mi è mai passato per la mente di fare il paracadutista.
Se, quando ho fatto la visita di leva per il militare, me lo avessero proposto, avrei risposto “Ma nemmeno per sogno!”
Ed invece l’ho sognato davvero!

di Brunetto Magaldi

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