Tenevo gli occhi chiusi, senza dormire, quando mi sentii toccare una spalla: vidi mio cugino Roberto in camera mia, in piena notte.
– Dai, alzati, facciamo tardi, – disse – il funerale sta per iniziare.
– Il funerale? – chiesi, ma non mi rispose e mi fece cenno di sbrigarmi e seguirlo.
Accanto a me il letto era disfatto e Lucia non c’era.
Appena fuori dalla nostra camera, si apriva una piccola porta sulla destra di cui non ricordavo l’esistenza, entrammo in essa e imboccammo una scala a chiocciola che scendeva in una specie di pozzo, lo seguii un po’ stordito: – Roberto, che funerale? –
– Lucia. – Rispose sbrigativo.
Ricordo la disperazione senza parole, l’orrore e la fretta di sapere. Giungemmo alla fine della scala uscendo in una piazza che riconobbi: San Lorenzo. Roberto mi condusse alle cappelle Medicee, entrammo e arrivammo alla Sacrestia Nuova; lo seguii dietro la tomba di Giuliano, proprio dietro la Notte che si arrende al sonno, mi accorsi di un’ampia apertura quadrata nella parete, gremita di gente. Dietro di essa si intravedeva una stanza poco illuminata con, al centro, un corpo femminile nudo, posato su una rozza tavola di legno.
Le mie grida svegliarono Lucia:
– Che succede?
– Ho sognato… ho sognato che eri morta – le dissi serio.
Lei rise e ci abbracciammo col cuore che ancora mi batteva all’impazzata.
– Tanto vale alzarsi ora che mi hai svegliato.
Balzò giù dal letto, la sentii entrare in bagno e mi alzai, avviandomi a preparare la colazione.
Il pane imburrato nel caffellatte caldo fu la giusta cura per l’ansia.
– Pensa che nel sogno c’era una scala che dal corridoio usciva in piazza San Lorenzo, di fianco alla Basilica.
– Saranno una decina di chilometri, comunque mi piace l’idea. – Mi rispose ridendo e mordendo il pane imburrato.
– Mi chiedo se esista davvero quella porta, nella piazza intendo, voglio andare a vedere.
Lucia ascoltava e iniziò a grattarsi il viso con tale forza che le uscì del sangue da una guancia.
– Smetti Lucia, ti stai facendo sanguinare. Fermati! – Tentai inutilmente di staccarle la mano dal viso.
– Mi prude moltissimo, Alberto, non riesco a farne a meno! – Esclamò con disperazione.
La ferita si allargava e lei, con furia crescente, scavava e inseriva le dita sotto la pelle fino a staccarsela dal cranio a brandelli. Non riuscivo a fermarla, si vedeva già l’osso e il sangue colava copioso sul pavimento.
Balzai a sedere sul letto, svegliandomi, col cuore che mi usciva dal petto. Dalla finestra filtrava il primo chiarore del giorno, la camera tiepida e il tatto delle lenzuola mi tranquillizzarono, Lucia non c’era e il letto era aperto.
Sentii che era in cucina e la raggiunsi. Mi sorrise:
– Buongiorno, visto che non riuscivo a dormire mi sono messa a preparare qualcosa per colazione.
– Va tutto bene? – Le chiesi.
– Certo. Siediti, che è quasi pronto.
Il sapore di quella colazione, pane arrostito e caffellatte, così vicino al sogno mi turbava, ma il viso di Lucia era bello e raggiante, nessuna traccia di ferite, neanche un graffio.
Mi imposi di non far trapelare l’agitazione che quella nottata mi aveva lasciato, sarebbe passata con i ben più noiosi pensieri della mattinata di lavoro.
La città si stava svegliando con i suoi rumori.
– Ho fatto brutti sogni stanotte, – le dissi tranquillo.
– Lo so.
– Come fai a saperlo?
– Ti sei agitato molto. Oltre al caldo ti ci sei messo anche tu. – Fece la faccia corrucciata.
– Mi dispiace… – le dissi accarezzandola, – un po’ hai dormito, spero?
– Un po’…
Ridemmo e proseguimmo la colazione.
Dopo una nottata così, anch’io non mi sentivo affatto riposato. Mi alzai per sparecchiare la tavola ma Lucia m’interruppe:
– Vai, ci penso io.
Le sorrisi e mi avviai in camera.
Nel corridoio notai, sulla sinistra, una piccola porta socchiusa che riconobbi: quella da cui si scende in piazza San Lorenzo.

di Francesco Fattorini

Rispondi