WEN – INCUBO – Il tombino – Antonietta Toso

                 Mi trovavo in una specie di luogo-non luogo. Buio. Vuoto. Estremamente buio. Estremamente  vuoto. Non aveva pareti e neppure confini. Tuttavia era anche pieno ma non capivo di che cosa. Ero priva del mio corpo. Percepivo un’energia dentro di me che faceva sì che fossi consapevole di essere parte di quel pieno e di quel vuoto. Con lo spirito fluttuavo. Mi fermavo. Rimanevo immobile. Galleggiavo.

                  Non avevo paura. Sapevo che qualcosa doveva succedere e aspettavo.

                 Ad un tratto sentii di non essere più sola. Un altro spirito mi raggiunse e si fermò dietro di me. Telepaticamente mi diceva:

Quando aprirai gli occhi non ti piacerà quello che vedi.

                 Più incredula e incuriosita che spaventata aprii gli occhi. Mi trovavo nel mezzo della notte. “Dove sono?” mi chiedevo con le pupille inchiodate sullo spiraglio di luce che illuminava il tombino della strada che avevo sulla testa. Le fioche luci dei lampioni mi bruciavano gli occhi. Mi mostravano l’inferno in cui ero piombata. Vedevo ragni, sudicio, topi. Sentivo il fetore della fogna.

                 Quella voce, profonda, inumana,  ripeteva:

“Quando aprirai gli occhi, non ti piacerà quello che vedi.”

                 Cominciai a disperarmi. A reagire. Mi aggrappai alle fenditure del tombino e cominciai  a scuoterle a più non posso. Dovevo liberarmi. Il tombino, pesante e scivoloso, era saldamente bloccato su quel buco nella strada. Le mani mi sdrucciolavano via. Fissavo la luce di spicchi di mezze lune. Mi guardavo intorno per trovare un riconoscibile segno di vita umana. Osservavo le ombre sui sampietrini lucidi di bagnato nella piazza sovrastante. Niente. C’ero solo io e quella voce ostile. Mi concentrai a osservare quel luogo da vicino pur di trovare un appiglio a cui aggrapparmi. Capii che era pieno d’insidie nascoste in tunnel colmi di anse, curve e snodi. Impotente, adesso tremavo di paura. Delle gocce d’acqua mi bagnarono il volto proteso a esaminare l’inguardabile. Potenziarono il fetore di fogna in cui ero immersa.

                 A un nuovo “quando aprirai gli occhi non ti piacerà quello che vedi” scossi con la forza della disperazione le spaccature del tombino. Agognavo di uscire in fretta da quella prigione. “Aiutooo, Aiutooo” urlavo a squarciagola. Ed ero finalmente sveglia, sudata, ansimante seduta sul letto.

Poche ore dopo capii che quella presenza invisibile nei meandri più bui della mente inconscia  si chiamava virus e che quel richiamo profondo e lugubre nella testa  era la sua voce. Era arrivato a visitarmi nella notte per avvertirmi che presto avrebbe occupato le mie viscere.

di Antonietta Toso

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