WEN – INCUBO – Stivali rossi di gomma – Manna Parsì

   L’autobus fece una brusca frenata. Hana si svegliò di scatto e si guardò intorno. Saaid, il fratello maggiore, stava guardando fuori dal finestrino spaventato. I passeggeri erano tutti agitati. L’autista   ordinò loro di evacuare il mezzo e allontanarsi rapidamente, perché la stazione di polizia della frontiera era vicina. Lo avevano avvisato che gli ordini per spostare i rifugiati erano cambiati e alla frontiera potevano essere respinti. I passeggeri protestarono dicendo che era impossibile sopravvivere in quel freddo in mezzo al nulla. L’autista scrollò le spalle dispiaciuto e suggerì che chi lo voleva poteva tornare indietro. Sadeq intervenne e cercò di calmare la gente invitando a lasciare il mezzo. “Troveremo una soluzione. Non vi preoccupate”. Da quando si erano messi in viaggio Sadeq faceva da padre ai più piccoli ed era una sorta di guida spirituale per gli adulti.

   Hana cominciò a tremare ancor prima di scendere dall’autobus. Il pensiero di avere di nuovo i piedi nella neve la terrorizzava. “Mamma non scendiamo, torniamo indietro”, supplicò la madre. Lei la strinse a sé e non disse nulla. Non era l’unica a piangere, anche gli altri bambini mugugnavano.  Sadeq intervenne dicendo che lo spirito di un esule superava qualsiasi difficoltà e che dovevano darsi da fare per raggiungere la destinazione. Alla fine tutti i passeggeri scesero dall’autobus, lasciati nel bel mezzo di un campo disteso bianco di neve. Le luci della città di frontiera non erano molto lontane ma arrivarci in quella situazione era quasi impossibile. Sadeq diede un’occhiata in giro. Non c’era neanche un bosco nei paraggi per raccogliere un po’ di legna e accendere dei falò. Nel mentre uno di loro urlò dalla gioia. Non molto lontano ad est si intravedeva una luce fievole. Poteva trattarsi di una casetta, ma per raggiungerla bisognava attraversare il campo. La neve era così alta che quando Hana vi mise i piedi finì giù fino alla vita e come lei gli altri bambini più piccoli. Allora i più grandi li presero sulle spalle. Da quando erano partiti dalla Bielorussia diverse volte erano stati abbandonati dalle autorità sul punto di arrivare a destinazione. Perfino dovettero fermarsi dieci giorni in un campo di rifugiati. Era lì che ad Hana vennero i geloni ai piedi, un dolore insopportabile per una bambina. Da quel momento il freddo e la neve erano diventati l’incubo dei suoi giorni. Non giocava più con gli altri bambini e non si allontanava dalla madre. “A casa stavamo bene mamma, perché l’abbiamo lasciata?” chiedeva disperata alla madre. “Andremo da papà, non sei contenta?” e Hana per un istante si tranquillizzava.

   Sadeq con il suo corpo imponente apriva un varco tra la neve cantando una canzone popolare e incitando gli altri a seguirlo. “Zio Sadeq ha i baffi congelati”, ripeteva il bambino che era sulle sue spalle divertito. La piccola luce ad ogni passo diventava più grande e riscaldava il cuore del gruppo. “Mamma non sento più i piedi”, si lamentava Hana che stava sulle spalle del fratello.    

“Spero che non chiamino i poliziotti”, disse una donna alla mamma di Hana. “E se di nuovo i loro cani ci attaccano?”, replicò Hana agitata. “Non abbiamo altra scelta che andare a vedere cosa ci aspetta”. Finalmente arrivarono alla fattoria. Sadeq andò a bussare. Aprì una donna anziana e quando vide tutta quella gente corse dentro a chiamare il marito. L’uomo li salutò con un sorriso e con un inglese carente diede loro il benvenuto e fece cenno di aspettare. Il gruppo sospirò e rimase in attesa. Qualche minuto dopo l’anziano aprì la porta del granaio, li fece entrare e accese il fuoco. Erano esausti ma sollevati, per quella notte l’incubo del “viaggio” era finito.

   Il giorno dopo all’alba si svegliarono di soprassalto per un rumore di auto. “Poliziotti?” mormorarono spaventati. Sadeq mise con prudenza la testa fuori dal fienile e all’improvviso gridò: “L’incubo è finito fratelli”. Erano i mezzi della Croce Rossa che li avrebbe portati a destinazione dopo aver distribuito cibo e abiti caldi.

Hana scelse un paio di stivali rossi di gomma. In quel campo di rifugiati le erano state rubate le sue scarpine belle e calde e lei da allora era rimasta con un paio di pantofole.

   Per lungo tempo girava in rete la foto di una bambina rifugiata senza scarpe nel gelo dell’inverno, nella completa indifferenza della gente. C’erano nell’aria venti di un’altra guerra.                       

di Manna Parsì

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