WEN – INCUBO – L’astronave marziana – Miriam Ticci

“Come pesci nella pancia della balena o semi di zucca nella polpa molle e biancastra. Tempo sospeso nell’attesa di non si sa che cosa…” Così pensò il signor Puccio Puccini nel ritrovarsi lì senza sapere come avesse fatto ad arrivarci. “È un’astronave marziana senz’ombra di dubbio –concluse- è la prima volta che mi ci trovo, anzi che ne vedo una!” Iniziò a vagare qua e là,  ingannando il tempo in un gingillarsi annoiato fatto di occhiate distratte su odori e suoni discordanti, su ammalianti canti di sirene al neon.

Il corpo dell’astronave era un’enorme palla ovale catapultata in aria da un lanciatore misterioso in cerca di un insperato strikeout[1], ma al suo interno c’era calma piatta. “La bonaccia qua dentro non fa presagire neanche un refolo del turbinar convulso dello spazio bucato dall’avanzare vorticoso dell’aeromobile -ragionò tra sé e sé- Eppure, nonostante la calma serafica, v’è un che di coercitivo ipnotico in questa bambagia di forme colori, che assorbe i passanti, inebetendoli. Sono di fronte all’ipnotico Cobra: Devo tenere viva l’attenzione, la prontezza dei sensi e della mente, vigile a schivarne gli occhi e la testa, che d’improvviso s’abbassa a denti spalancati affondati nelle tue carni molli: no, io mi scanserò e non di me ti pascerai, Cobra!”

I Marziani, invece, ignari del pericolo, sembravano felici di procedere, lumache bavose sulla lattuga fredda lucente dell’enorme pavimento, che li faceva avanzare passo passo in senso anti-orario, come giocatori di baseball lungo le linee di foul del diamante[2], ma privi della loro energia, con un luccichio abbacinato negli occhi pieni di nebbia, felici del nulla (davvero felicità e inconsapevolezza s’identificano?!).

“Non hanno naso né bocca né guance, niente volto, solo occhi spalancati sull’inane e piedi per seguire i riflessi luminosi del soffitto sul selciato e sostare là dove la malìa si fa più sentire e sbatte forte le sue ciglia sonore e sgargianti la sirena al neon” osservò vigile e impaurito Puccio Puccini. Nelle pareti laterali e lungo lo spazio centrale dell’enorme astronave s’aprivano cassetti di vetro magnetici; là si riversava la massa dei marziani e con disgusto e timore il nostro eroe vide le loro antenne da chiocciola ritrarsi piegarsi allungarsi alluparsi sui germogli dei loro desideri: cose strane misteriose, la cui eco rimbombava sulle pareti coloratissime di quei cassetti e nelle menti di quegli strani marziani. “Sembrano stupidi più che pericolosi, ma imprevedibili, capaci tutt’a un tratto di alzare le mani e roteare un’arma laser facendo una carneficina” concluse sudaticcio Puccio Puccini; l’apprensione, però, s’acquetò un poco allorché notò che quelle mille mani, sfiorato uno strano apparecchio, uscivano sorridenti aggrappate a sacchi e piccoli involucri, soddisfatte di sé, come se in quei contenitori covasse la chimera di un’identità personale. “Poveri illusi –chiosò il signor Puccio Puccini- Soddisfazione effimera! Ed eccoli un istante dopo, nuovamente inappagati, sbavare in un altro cassetto di vetro alla ricerca del Nuovo, che ancora non hanno e solo può dare loro il Senso della vita: 13 mele 14…100  …e ancora…ancora…all’infinito…insaziabilmente.”   

A un tratto Wahhauuurrr!!!!: Puccio Puccini, sbiancato in volto per l’improvvisa paura, si vede nell’occhio di bragia di un…tirannosaurus rex e fulmineo grida “Ma che ci fa qui, in un’astronave marziana, un T-rex?!?! O sono io invecchiato di colpo di 75 milioni di anni, catapultato nel Cretaceus superior?! Invecchiato o ringiovanito?!” Istantaneamente Puccio dal quesito filosofico-scientifico precipita nell’emergenza esistenziale, scansando a pelo un’unghiata del carnivoro: di se stesso non sa più chi è, ma sa cosa è: una preda in una foresta primordiale! Tra fitte felci paludi annodate e sequoie egli tremante s’aggira in cerca di un pertugio buio umido ammuffito capace di salvarlo dal mostro e dai suoi barro-ruggiti, dagli artigli taglienti come lame; vicino a Puccio, stranamente, un marziano niente naso né bocca né guance, niente volto, solo occhi spalancati sull’inane volteggia su un velociraptor, mentre un altro, come una chioccia, sta tranquillamente accoccolato su un mucchio di uova giganti di non so quale sauro, che girando su se stesse s’illuminano dall’interno di giallo di rosso di verde e suonano strani sinistri vagiti musicali, che il marziano-chioccia pare apprezzare. Il signor Puccio Puccini perplesso angosciato: “Ma sto vivendo davvero qualcosa di reale o tutt’a un tratto sto uscendo di senno?! E questa rampa di scale mobili discendenti, nel Cretaceus superior che ci fa??!”

Senza dar risposta alcuna il nostro eroe si catapultò lungo la scala mobile e, arrivato in fondo, intravide l’uscita, verso cui nuotò controcorrente in una fiumana di marziani stipati vogliosi d’entrare nell’astronave. Lo spazio esterno era buio, ma Puccio riconobbe la propria aeromobile, vi entrò, convulsamente la mise in moto e partendo finalmente riconobbe le stelle del firmamento, faro per il suo ritorno a casa. Ormai distante nella notte, a velocità moderata, il signor Puccio Puccini dette un ultimo sguardo fugace all’astronave marziana; “Che nome ha?” si chiese e, giratosi ancor più indietro, aguzzò la vista: nel buio scorse, distante, il castello di poppa dell’astronave illuminato con su in alto un grande fiore al neon a tre petali rosa sormontato da tre pistilli rotondi, rosa anch’essi, il tutto circondato da lettere cubitali verdi che recitavano “I GIGLI” e il signor Puccio Puccini nella propria mente istintivamente aggiunse “centro commerciale CAMPI BISENZIO”.

L’accenno d’un sorriso e  voltò le spalle all’astronave marziana, proseguendo verso casa: l’incubo era finito, finalmente!

di Miriam Ticci


[1] Strikeout: nel baseball si realizza lo strike out (in gergo anche semplicemente K) quando il giocatore in battuta subisce tre strike sul proprio conto e viene quindi eliminato direttamente dal lanciatore.

[2] Linee di foul del diamante: sono le due linee perpendicolari tra loro, che delimitano il quarto di cerchio, da cui è formato il campo da gioco del baseball, campo detto diamond (diamante).

2 risposte a “WEN – INCUBO – L’astronave marziana – Miriam Ticci”

  1. Avatar Rossella Ramalli
    Rossella Ramalli

    Mi ha catturata questo racconto, così carico di suspense, ma così intricato da risultarmi, inizialmente, non troppo chiaro. Giunta però al finale ho sorriso e da capo l’ho riletto, solo allora mi sono ritrovata all’interno dell’astronave e mi sono immedesimata totalmente nel Sig. Puccio Puccini, provando la stessa sua sensazione di voler fuggire ed allontanarmi al più presto da quella mandria insaziabile di “marziani umani”, con lo stesso giustificato desiderio di tornare a casa al sicuro.
    Fantastico, Miriam!

  2. Avatar Gabriella Nardi
    Gabriella Nardi

    Il nuovo racconto di Miriam sorprende e ci spiazza. Noi che siamo abituati ad aspettarci da lei storie e uno stile narrativo diversi.
    Anche se storie surreali e visionarie ce le ha già proposte: su tutte la vicenda dell’uomo-bradipo.
    Questa volta, quella che era una tendenza si spinge più in là. Il racconto delle vicende di Puccio Puccini è frammentato, sincopato: specchio di un’esperienza traumatica, ammaliante e repellente allo stesso tempo. L’impressione che dà al lettore è alterna, altamente variabile. Si pensa, all’inizio, di essere immersi in un racconto di genere, in una storia di fantascienza. Per via
    Della parola “marziani” messa lì forse per ingannarci. Presto si capisce che si tratta di ben altro, accompagnati dalla suggestione repellente di certe immagini che evocano Kafka e l’orrore quotidiano che si manifesta nei corpi deformi e animaleschi.
    Ma in poche frasi ci troviamo a pensare ad un Universo grottesco e surreale sovrastato e governato da una alienante distopia consumistica.
    Alla fine urge l’interrogativo: Chi è Puccio Puccini?
    Per molti l’arte del racconto, nella sua brevità, consiste proprio in questo: portare la storia al di là dei confini delle poche frasi scritte dall’autore. È questo uno di quei racconti, che ti spingono a pensare e ripensare ai significati possibili, dando magari uno sviluppo e un seguito ipotetico alla storia.
    PP si è forse calato un acido mal gestito e ha avuto la malaugurata idea di vivere questa esperienza nel centro commerciale subendone tutte le conseguenze?
    Più probabile che PP sia uno di quei vecchi professori che, anche nei propri solitari pensieri, usano un linguaggio forbito, aulico, colto. Lo fanno persino negli incubi e nelle allucinazioni. PP, per l’età avanzata, l’isolamento dovuto al covid e la scarsa dimestichezza con i centri commerciali ha smarrito il senso della realtà?o
    Sono certa che a Miriam porterà buoni frutti questa sperimentazione sulla strada che porta lontano dalla omologazione tematica e formale.

    PS – Indimenticabile l’espressione “Cassetti di vetro magnetici”. I negozi dei Gigli non saranno più gli stessi.

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