WEN – INCUBO – L’incubo di Gino – Giovanna Checchi

Al mio babbo, Goffredo, che quando aveva un incubo sognava i tedeschi

Anche quella mattina, guardandosi nello specchio del bagno, si osservò con una certa indulgenza. Notò le occhiaie e si sentì decisamente invecchiato. Gli era rimasto però quel naso da pugile, grande, generoso, simpatico. Quella sua faccia da buono, da toscanaccio, da contadino innamorato della vita, era ancora la stessa. Erano passati alcuni decenni da quando era stato al culmine della fama, della gloria. Ma la sua vita attuale non gli dispiaceva affatto. Un’esistenza tranquilla, appagata, tra gli affetti familiari, gli amici, i conoscenti del quartiere che lo salutavano quando andava a comprare il giornale o entrava al bar dell’angolo per un caffè o una chiacchierata. Era proprio al bar che, ogni tanto, gli tornavano in mente immagini, frasi, voci del suo straordinario passato. Non era certo la tazzina di caffè che compiva tale prodigio. Erano i giocatori di biliardo che intravedeva, nella seconda stanza. La competizione, le parole che volavano tra avversari, le urla esultanti delle vittorie, le bestemmie di chi perdeva gli risvegliavano sempre qualcosa. Vittorie e sconfitte: se le ricordava tutte! Si sedeva sempre allo stesso tavolino: abbastanza vicino al bancone per poter scambiare due parole con Lapo, il barista, ma sufficientemente lontano dall’entrata per evitare gli spifferi. Già, gli spifferi ora gli davano noia. Ma come era possibile? Proprio a lui che quando andava in bicicletta non sentiva né il caldo né il freddo. Proprio lui che sulle montagne più ardue era stato un drago. Proprio lui che era veloce come il vento ora si preoccupava di uno spiffero. Quasi un contrappasso! La vita è proprio strana!

Quella mattina era iniziata male. La notte per fortuna si era dissolta portandosi via le sue ombre. Anche stanotte aveva avuto un incubo. Sempre il solito: i tedeschi lo inseguivano, imbracciando i fucili, e gli sparavano addosso. Lui, come sempre, scappava con il cuore in gola e… si svegliava! A volte autonomamente, all’improvviso, in un bagno di sudore, altre volte grazie a sua moglie. Stanotte era stata la dolce voce di lei che, sentendolo mugolare, lo aveva fatto uscire da quell’incubo accendendo la lampada sul comodino. “Oicché tu hai? Ancora i crucchi?” Lui, muto, l’aveva guardata, riconoscente. “Via, Gino, ti porto un bicchiere d’acqua. Sono le quattro di notte, dai, cerca di ripigliare sonno!”. Solo sorseggiando l’acqua fresca, soprattutto grazie alle battute della moglie, era riuscito a buttarsi alle spalle quella fottutissima paura provata qualche minuto prima.

Non capiva come mai, a distanza di anni, sognava ancora i nazisti. Proprio lui che li aveva fatti fessi tante volte. Avrà avuto paura mentre pedalava tra Firenze ed Assisi per assicurare la libertà a persone che non conosceva nemmeno? Ci voleva un gran coraggio a trasportare documenti falsi per garantire la sopravvivenza a tante famiglie ebree. Ma se tutti i rischi corsi avevano assicurato a qualcuno sicurezza, la possibilità lavorare, di fuggire, di condurre una vita serena, era stato veramente giusto comportarsi così. Cosa aveva fatto, poi, di speciale? Quello che gli riusciva meglio: aveva pedalato, pedalato come sempre. Doveva pur allenarsi, no? E arrivare in Umbria, partendo dalla Toscana, non era certo un’impresa straordinaria per uno come lui. Era Gino Bartali, mica uno qualsiasi! Era una cosa buona e giusta, era stato giusto così! Cosa vuoi che sia, ora, un incubo ogni tanto! Anche quella mattina sarebbe uscito, avrebbe comprato il giornale, scambiato due parole con Lapo…  Era stato giusto!

Non poteva immaginare che anche lui sarebbe stato, un giorno, definito proprio così: Giusto tra le Nazioni. Fiorentino, certamente, ma ancora una volta, e per sempre, internazionale. Sì, Gino, è stato proprio giusto! Sì, Gino è proprio Giusto!

Gino Bartali

di Giovanna Checchi

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